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Fedeli alla Lingua: dal Littorio al Sostenibile

di redazione
sabato 14 Giugno 2025 · 10:14 · 5 min di lettura
Fedeli alla Lingua: dal Littorio al Sostenibile

Anatomia dell’eterno obbediente


Li trovi ovunque: nelle aziende e nei gruppi di lettura, tra i professori e i consulenti. In TV e anche per strada. Sono quelli che ieri giuravano “romanità, patria e gerarchia”, mentre oggi predicano “resilienza, inclusione e sostenibilità”. Fisicamente – intendo dire, “anagraficamente” – non si tratta certo degli stessi individui ma piuttosto di normotipi ricorrenti che fieri dimostrano la continuità delle dinamiche umane sotto la variabilità delle ideologie nel tempo. Mi riferisco a quel fenomeno di conformismo osservante che genii come Orwell, Pasolini e Carl Schmitt hanno analizzato e deriso fino ad eternarlo nelle rispettive opere.
Da una parte è comprensibile che in ogni epoca il Sistema, per mantenersi, necessiti di un linguaggio omologante e condiviso e che per questa ragione produca nuovo lessico tramite gli affidatari del potere culturale, politico ed economico del momento: accademie, centri di ricerca, think tank, settori di punta dell’imprenditoria, media di regime, ONG ed agenzie di comunicazione istituzionale. Questi centri di potere semantico plasmano il cosiddetto lessico dell’obbligo come veicolo della narrativa dominante, spesso in nome di obiettivi condivisibili quali pace, uguaglianza, diritti, ambiente, ma con una funzione anche politica: creare consenso linguistico attorno a un sistema valoriale ben preciso.
La parola si fa strumento normativo di complemento destinato agli individui; i quali, da parte loro ed in ogni epoca, convivono con i codici simbolici dominanti del proprio tempo. Poco importa quale nuovo vocabolo venga comandato dall’alto: in diversi lo faranno rapidamente proprio, lo adotteranno meccanicamente e lo difenderanno come sacro, correggendo ed escludendo chi non faccia altrettanto. Il regime fascista, come quelli comunisti e gli attuali sistemi occidentali di transizione post–democratica, ciascuno a proprio modo, costruiscono legittimità attraverso un vocabolario che trasforma obiettivi politici in imperativi morali. Il linguaggio, mediante la propria funzione normativa e legittimante, segnala ciò che è considerato virtuoso, moderno, accettabile nel qui ed ora. Una prova? Oggi chi non è “sostenibile” o “inclusivo” – magari per inottemperanza alle regole di qualche ineffabile “community”– viene emarginato ed inabilitato, anche economicamente, così come ieri chi non era sufficientemente “marziale”, “littorio” o “proletario” veniva sospettato di essere un sovversivo, un invertito o nemico del popolo già dal proprio Capo condòmino o dalla maestra elementare e virilmente purgato. Di rado in senso metaforico. Non sembra variato nel tempo nemmeno quel meccanismo di imposizione che si rivela nella trasformazione del mero termine in un valore indiscutibile. Una parola, difatti, diventa obbligatoria quando smette di essere descrittiva e diventa prescrittiva.

Esempi contemporanei:

Inclusivo: Da negletto aggettivo dell’insiemistica matematica a virtù morale. Ogni prassi, obiettivo o progetto deve necessariamente esserlo.
Resiliente: Non descrive solo una qualità, ma un dovere del bravo suddito -consumatore. La resilienza infatti è la prima virtù teologale dello schiavo perfetto che, invece di cambiare il sistema, comprime sé stesso per sopportare in ottusa obbedienza.
Sostenibile: Chi non lo è, è contro il futuro. O con noi o contro di noi.
Digitale: Chi si attarda è un becero “arretrato”.


Il linguaggio d’altronde si impone con una certa facilità per processi di osmosi culturale (scuola, università, media) ed è spesso incoraggiato da ricompense simboliche ed economiche: ne sono conferma la riformulazione di bandi e finanziamenti pubblici che richiedono la presenza di certe parole chiave nei progetti; imprese e istituzioni che preferiscono assumere chi meglio si allinea al nuovo codice; o che adottano esse stesse codici etici per propagandare la propria ottemperanza agli obiettivi del momento. Nemmeno film, trasmissioni e serie televisive possono sfuggire agli immancabili inchini ai canoni del tempo: ieri il focolare familiare, faccetta nera o la perfida Albione; oggi la confusione di genere, il cambiamento climatico, biancaneve africana e, quando qualcosa va storto, “hastato Putin”. Mutati i perimetri ed i relativi contenuti, uguale resta l’afflato conformista, zelota e moraleggiante del perbenista à la page. Dal punto di vista soggettivo – effettivamente – l’adesione alla neolingua presenta alcuni benefici, tra cui quello di creare una rassicurante uniformità cognitiva: chiunque oggi operi in ambito pubblico o professionale e padroneggi quel linguaggio viene istintivamente riconosciuto come “serio”, “competente”, “affidabile”. Usare i termini giusti diventa una forma di autocertificazione etica, una prova di adesione al Bene dagli effetti piuttosto remunerativi. E, per converso, chi non si conforma al registro comunicativo – oggi come ieri – viene istantaneamente derubricato a ignorante, boomer, reazionario, delegittimato sul piano morale e spinto, nemmeno troppo dolcemente, all’autocensura. Chi devia dal rettilineo è sempre percepito come socialmente pericoloso indipendentemente dai contenuti che esprime e viene incalzato da una tagliola di psicoreati, ban, etichette ed altre fantasiose ossessioni socialmente rilevanti. Sotto il profilo obbiettivo, invece, la diffusione della nuova lingua si rivela potenzialmente devastante: abbrutita, esterofila e disinnescata com’è, finisce per scoraggiare articolazioni, complessità e dissenso; reprime l’ironia e giudica sempre le altrui intenzioni. Molto spesso sbagliando. Una melassa pruriginosa che nauseabonda esala per le labbra sottili della volgare cabarettista torinese, come da quelle plastiche della conduttrice al caviale; dalla felpatissima lingua del presentatore ligure o dalla mitraglietta del giornalista più amato dai plutocrati; dalle ordinanze della neo – sindaca con la mania della desinenza inclusiva e dal bifido delatore di vicini di casa, figlio miracolato del grande Mattatore. Probabilmente non esiste un antidoto a breve termine per l’immensa tristezza procurata dal dover assistere a questi scenari di sottomissione volontaria di massa; o se c’è, sta solo nella nostra testa. E difatti, nei miei momenti più bui, provo un certo sollievo nel liberare un pensiero irriverente: l’assoluta convinzione che questi odierni trapezisti della comunicazione allineata avrebbero sgomitato per fare il salto del cerchio infuocato al saggio ginnico del Sabato Fascista, sotto l’occhio vigile dell’improbabile Podestà in fez e doppio mento. O per ottenere una particina in un trito film dei telefoni bianchi. Mentre chi oggi incorre in restrizioni, de-monetizzazione e censure per mancato allineamento psico-attitudinale o nella galera per l’inutile apologia di una Idea difficilmente realizzabile in questo sciagurato presente, non più tardi di cento anni fa, avrebbe condiviso il confino su qualche scoglio del Tirreno coi pochi, veri oppositori del tanto deprecato Regime.

Giovanni Moscato