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14 Luglio, la provocazione di IGNIS “Il suddito era più libero del cittadino di oggi”

di redazione
martedì 14 Luglio 2026 · 18:58 · 9 min di lettura
14 Luglio, la provocazione di IGNIS “Il suddito era più libero del cittadino di oggi”

Oggi 14 Luglio, ricorre l’anniversario della Presa della Bastiglia, che ha rappresentato l’atto finale della Rivoluzione Francese ed è festa nazionale oltralpe. Si tratta di un momento storico controverso, tra chi lo vede come l’inizio di una nuova vita per l’umanità e chi, invece lo considera come un “evento sbagliato” od un “errore della storia”. Tra chi è di questo avviso, troviamo Luciano Tovaglieri, Segretario Nazionale del movimento politico IGNIS Fuoco Italico, che ha diramato un comunicato stampa, proprio su questo anniversario. Ecco il testo del comunicato:

“C’è un momento preciso nella storia in cui la libertà dell’uomo ha iniziato a sgretolarsi. Non è il Novecento totalitario, non è la nascita degli Stati nazionali, non è la rivoluzione industriale. È la Rivoluzione francese. Quell’evento celebrato come l’alba della libertà moderna fu, in realtà, l’inizio di una lenta, ma inesorabile colonizzazione della vita privata, da parte dello Stato. Prima del 1789 l’uomo europeo viveva sotto monarchie assolute che, paradossalmente, lasciavano ai sudditi una sfera di autonomia personale infinitamente più ampia di quella concessa oggi ai cittadini delle democrazie liberali. Il re governava, sì, ma non amministrava ogni respiro dei suoi sudditi. Non pretendeva di regolamentare ogni gesto, ogni scelta, ogni attività. Non si immaginava come un ingegnere sociale incaricato di modellare la vita delle persone. Il sovrano assoluto era un potere verticale, non un potere diffuso. E proprio per questo, la libertà concreta del suddito era più ampia della libertà astratta del cittadino moderno. Alexis de Tocqueville, che non era certo un nostalgico dell’assolutismo, osservò che “l’amministrazione dell’Ancien Régime non penetrava nel dettaglio delle esistenze”.

Jacob Burckhardt studiando le monarchie europee, notò che “la vita privata godeva di una sfera che lo Stato non pretendeva di regolare”. E ancora, lo storico François Bluche, ricordava che “il re non era un amministratore, ma un arbitro supremo”. In altre parole: il sovrano comandava, ma non controllava. Decideva sulle grandi questioni, ma non entrava nelle case, nei mestieri, nelle famiglie, nelle scelte quotidiane. Non esistevano codici amministrativi sterminati, non esistevano apparati burocratici onnipresenti, non esistevano ispettorati, agenzie, autorità indipendenti, ministeri tentacolari. La legge era poca, chiara, stabile. E soprattutto: non cambiava ogni sei mesi. La Rivoluzione francese ribaltò tutto. Nel nome della libertà, introdusse il principio più pericoloso della storia politica moderna: la libertà consiste nell’obbedire alle leggi che ci siamo dati. Una formula apparentemente nobile, ma che aprì la strada a un’idea devastante: più leggi significano più libertà. Da quel momento, lo Stato iniziò a convincersi che ogni aspetto della vita dovesse essere normato, regolato, incasellato. La scuola, la sanità, il commercio, il lavoro, la famiglia, l’educazione, la proprietà, la moralità pubblica, perfino la coscienza. La democrazia moderna non si limitò a governare: iniziò a plasmare. E per plasmare, doveva controllare. E per controllare, doveva conoscere. E per conoscere, doveva entrare ovunque. E mentre entrava ovunque iniziava a pretendere sempre di più. Se guardiamo alla vita quotidiana del cittadino contemporaneo, ci accorgiamo che è taglieggiato da una quantità di tasse che un suddito del Medioevo non avrebbe neppure potuto immaginare. Altro che gabelle: oggi paghi per parcheggiare, paghi per la casa che possiedi, paghi per i terreni, paghi per i fabbricati, paghi per l’auto, paghi per l’energia, paghi per l’acqua, paghi per il rifiuto che produci, paghi per il cane che possiedi, paghi per ogni documento, per ogni certificato, per ogni pratica. Paghi per tutto. E se non paghi, lo Stato ti trova. Nel Medioevo le gabelle erano poche, spesso simboliche, e comunque non erano onnipresenti. Oggi, invece, il cittadino vive in un sistema dove la tassazione è continua, capillare, ubiqua. Non c’è angolo della vita che non sia monetizzato, normato, controllato. E questo non è un dettaglio: è la prova che la libertà economica del suddito era più ampia della libertà economica del cittadino moderno. A questa pressione fiscale si aggiunge un fenomeno che tutti viviamo ogni giorno: quello delle privatizzazioni e dei ticket. Ci troviamo in una situazione paradossale in cui paghiamo le tasse allo Stato, ma poi dobbiamo pagare di tasca nostra l’autostrada, la visita medica privata perché le liste d’attesa sono infinite, il biglietto del treno a una compagnia privata, il pedaggio, il servizio, la prestazione. È come se il cittadino fosse costretto a pagare due volte per lo stesso servizio: una volta allo Stato, una volta al privato. E questa doppia imposizione genera una rabbia comprensibile, perché dà la sensazione di essere intrappolati in un sistema che non solo controlla, ma pretende continuamente denaro senza garantire in cambio ciò che promette. Se guardiamo le cose da questa prospettiva, il parallelismo con il Settecento diventa ancora più evidente: il suddito pagava poco e riceveva poco, ma almeno sapeva cosa aspettarsi. Il cittadino moderno paga moltissimo e riceve sempre meno, mentre gli viene ripetuto che è libero perché vota. Ma la Rivoluzione francese, non si limitò a introdurre un nuovo modello di tassazione e di controllo amministrativo. Portò con sé anche uno dei più grandi disastri della storia moderna: la coscrizione obbligatoria. Prima di allora, le guerre europee erano per lo più affari di élite, scontri circoscritti tra corpi militari nobiliari, composti da professionisti della guerra che, pur nella brutalità del loro mestiere seguivano codici d’onore, regole di ingaggio, rituali antichi. Erano conflitti limitati, spesso più simili a duelli tra Stati che a catastrofi umane. La popolazione civile, salvo eccezioni, non veniva trascinata nel vortice della violenza. Le armate erano piccole, costose, selezionate. La guerra era un mestiere, non un destino collettivo. Con la Rivoluzione, tutto questo crollò. La leva di massa, trasformò la guerra in un fenomeno popolare, totalizzante, devastante. Per la prima volta nella storia europea, intere generazioni vennero strappate ai campi, alle botteghe, alle famiglie, per essere gettate in battaglie che non avevano scelto. La guerra divenne un dovere civico, un obbligo morale, un’imposizione statale. E così, da conflitti tra élite, si passò a scontri tra popoli, con un numero di morti che crebbe non di cento o di mille, ma di decine di migliaia di volte. La guerra moderna nacque lì: nell’idea che ogni uomo dovesse essere carne da cannone per la patria. E quando questi nuovi eserciti sterminati si muovevano, trascinavano con sé una scia di devastazione che l’Europa non aveva mai conosciuto. Le antiche armate nobiliari, pur feroci, erano disciplinate; le nuove masse di coscritti, invece, erano composte da uomini impreparati, disperati, spesso costretti a combattere contro la loro volontà. La soldataglia, priva di radici e di codici, si abbandonava a razzie sistematiche, saccheggiava villaggi, svuotava granai, bruciava raccolti. E le popolazioni civili, che prima erano spettatrici lontane delle guerre tra sovrani, divennero vittime dirette. Le violenze sulle donne aumentarono, perché la guerra di massa portava con sé non solo soldati, ma fame, brutalità, frustrazione, assenza di disciplina. Le campagne europee, che per secoli avevano conosciuto la guerra come un fenomeno episodico e circoscritto, si trasformarono in teatri di devastazione permanente. Fu uno dei più grandi traumi della modernità, di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze. La guerra totale, la guerra industriale, la guerra ideologica, la guerra di popoli contro popoli: tutto nasce lì, da quella rivoluzione, che prometteva libertà ed invece consegnò all’Europa un secolo di massacri. Il voto, poi, è diventato un rituale. Un atto simbolico. Una liturgia civile che serve più a legittimare il sistema che a modificarlo. Il cittadino vota, ma non incide. Il suddito non votava, ma non veniva controllato. La democrazia rappresentativa è stata catturata da poteri che non rispondono al popolo: grandi fondi di investimento, multinazionali, banche, lobby transnazionali, massonerie internazionali, gruppi di pressione culturale, che stabiliscono ciò che è accettabile e ciò che non lo è. I partiti che non si allineano ai canoni del liberalismo progressista vengono marginalizzati, silenziati, esclusi. Le soglie di sbarramento impediscono ai nuovi movimenti di entrare in Parlamento. L’assenza di preferenze impedisce ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti. Le campagne elettorali richiedono capitali enormi e così, chi non ha accesso ai finanziamenti dei grandi poteri economici non può competere. Il voto è diventato un inganno: serve a convincere la gente che sia stata la maggioranza a scegliere un sistema che, in realtà, è stato costruito e imposto dall’alto. Ed è qui che il lettore dovrebbe fermarsi davvero. Perché la domanda non è più se siamo più governati. La domanda è se siamo diventati più schiavi. Schiavi di un sistema che ci osserva, ci registra, ci cataloga. Schiavi di telecamere ovunque, di algoritmi che analizzano ogni movimento, di piattaforme che archiviano ogni parola. Schiavi di Stati, che pur definendosi democratici, incarcerano persone per un post sbagliato, per un’opinione non conforme, per una frase che non rientra nei parametri della cultura dominante. Schiavi di una libertà che esiste solo nei discorsi ufficiali, ma che scompare nella vita reale. E allora, dov’è tutta questa libertà di cui parlano tanto? Dov’è la libertà se ogni gesto è sorvegliato, se ogni parola è monitorata, se ogni scelta è regolata? Dov’è la libertà se il cittadino è libero solo di votare, ma non di vivere come vuole? Dov’è la libertà se il potere non è più nelle mani del popolo, ma nelle mani di chi controlla il denaro, l’informazione, la tecnologia, la cultura?

La monarchia assoluta non era perfetta. Ma lasciava vivere. La democrazia moderna non è perfetta. Ma pretende di governare tutto. E così, nel nome della libertà, abbiamo costruito un sistema che ha tolto all’uomo la cosa più preziosa che aveva: la sua autonomia. Non siamo più sudditi. Non siamo più cittadini. Siamo qualcosa di peggio: siamo persone convinte di essere libere mentre vivono in un mondo che non permette loro di esserlo davvero.”

Articolo: Redazione

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