Nel panorama dell’arte contemporanea italiana, Vitaldo Conte, si impone come una figura liminale, impossibile da circoscrivere in un’unica disciplina. La sua traiettoria artistica, attraversa, infatti decenni di ricerca, tra performance, teoria dell’arte, didattica accademica e sperimentazione linguistica configurandosi come un vero e proprio laboratorio vivente di estetica contemporanea. Docente all’Accademia di Belle Arti, Conte, ha formato generazioni di artisti non attraverso un sapere statico ma mediante un metodo aperto, critico, esperienziale. La sua attività teorica si è sviluppata in parallelo a quella performativa, dando vita ad una riflessione sull’arte come energia, come dispositivo simbolico e come pratica trasformati. Non un semplice artista dunque, ma un operatore culturale complesso, capace di muoversi tra scrittura, corpo ed immagine. Le sue performance, spesso al confine tra rituale ed azione estetica, interrogano sul ruolo dell’artista nella contemporaneità spingendolo, oltre la produzione di oggetti verso la creazione di esperienze. È in questa traiettoria, artistico esperienziale che si inserisce, con forza magnetica l’opera Michael’s Gate, del pittore Gilberto Di Benedetto, in arte Hypnos.

Realizzata nella notte dell’11 settembre 2001, l’opera nasce in un contesto storico carico di tensione e trasformazione, quasi ad intercettarne l’onda invisibile. Dietro lo pseudonimo di Hypnos, si cela uno psicologo e psicoterapeuta che ha scelto una posizione appartata rispetto ai circuiti più esposti. La sua presenza pubblica, è rara, e proprio questa distanza alimenta una circolazione indiretta del suo nome che viene, spesso, associato a ricerche sull’ipnosi e alle dimensioni profonde e simboliche della mente. In alcuni ambienti culturali e di ricerca interiore, la sua figura viene evocata come punto di riferimento non tanto per la visibilità, quanto per l’intensità e la radicalità del suo approccio.
La tela non si limita a mostrarsi: accade.
Il rosso dominante, viscerale e cosmico attraversato da neri profondi e accensioni incandescenti, sembra, infatti, generare un campo di tensione in cui la forma si dissolve per lasciare spazio all’evento. Non c’è rappresentazione, ma combustione. Non immagine, ma passaggio. Conte riconosce in quest’opera un principio fondante della propria ricerca: la soglia.
Nel suo percorso teorico e pratico in campo artistico, la soglia è il luogo in cui i linguaggi collassano e si rigenerano, dove il visibile si apre all’invisibile ed il corpo diventa veicolo di conoscenza. Michael’s Gate, diventa così non solo un’opera da interpretare, ma un varco da attraversare un dispositivo attivo. L’arcangelo Michele evocato nel titolo si trasforma, nella lettura contiana, in archetipo di separazione e connessione, di conflitto e protezione. Una figura di transito perfettamente in linea con la sua visione di arte come attraversamento. L’intero curriculum di Conte, fatto di insegnamento, scrittura, performance, interventi critici e partecipazioni a contesti artistici nazionali e internazionali converge in questa idea: l’arte non è un oggetto, ma un campo energetico e forse non può essere altrimenti, se diamo credito alle teorie fisico quantistiche di Federico Faggin, che proprio l’ultimo arrivato non è in questo campo, essendo considerato l’inventore della Silicon Valley. Faggin, infatti, sostiene, che anche l’essere umano, in definitiva, è un campo energetico e quindi lo deve essere anche ogni sua espressione, arte compresa. E questo è un ulteriore punto a favore di Vitaldo Conte, che è arrivato a questa conclusione, prima di Faggin e senza avere le conoscenze scientifiche di quest’ultimo, ma solo attraverso la sua esperienza e sensibilità. E proprio questa visione trova in Michael’s Gate, una condensazione potente tra le due figure dello scienziato e dell’artista. Non è un caso, dunque, che Conte, la esalti: riconoscendo in essa una tensione autentica, una verità non mediata, una qualità rara nell’arte contemporanea spesso anestetizzata. La sua multidimensionalità creativa si manifesta nella capacità di mettere in relazione discipline, corpi, simboli. Filosofia e gesto, teoria e carne, immagine e rito: tutto confluisce in una pratica che rifiuta le separazioni e costruisce continuità.
In questo senso, Vitaldo Conte, incarna una figura sempre più rara: quella dell’artista-pensatore, che non si limita ad interpretare il mondo, ma lo riattiva.
E nel rosso incandescente di Michael’s Gate, questa riattivazione trova una forma estrema, quasi definitiva. Non un punto d’arrivo, ma un punto di passaggio. Una soglia, appunto. Attraversarla, come insegna Conte, è l’unico modo per comprendere davvero, cosa possa ancora essere e rappresentare l’arte oggi.
Luca Monti
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