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Ombre di connessione: il paradosso dell’uomo contemporaneo nelle sculture di Lai Junjie

di Luca Monti
giovedì 27 Marzo 2025 · 00:06 · 4 min di lettura
Ombre di connessione: il paradosso dell’uomo contemporaneo nelle sculture di Lai Junjie

Il teriomorfismo, termine composto dalle parole greche Θηριον (thēr, thērós), “bestia feroce”, e μορφή (morphē), “forma” rappresenta il concetto di divinità dalla forma animale, che ha origini antichissime. Basti pensare, infatti, alle divinità egizie, come ad esempio Anubi, che veniva raffigurato, con corpo umano e testa di animale. E questo ibridismo tra uomo ed animale, ha in seguito affascinato gli artisti che nel tempo, lo hanno interpretato in molti modi. Un esempio è quello della “Vestizione della sposa” realizzata da Max Ernst, nel 1940 col suo carico onirico ed inquietante dei suoi uomini – uccelli. Su un fronte culturale opposto, troviamo, invece, gli animali parlanti dal corpo umano dei fumetti di Walt Disney, come Topolino e Paperino. Questa breve premessa, serve ad introdurre l’orizzonte immaginifico di Lai Junjie, le cui sculture ritraggono uomini, omologati e spersonalizzati, sospesi tra incubi e presagi di morte da un lato e cultura di massa dall’altro. Per rappresentare l’uomo contemporaneo, l’artista cinese sceglie un animale poco feroce, ma ugualmente angosciante, l’anatra.

Le sculture di Lai Junjie, raffigurano, infatti, esseri umani con la testa d’anatra, che ci lanciano un messaggio chiaro ed inquietante: oggi la società non è più composta da individui, ma da una massa omologata, nella quale ciascuno pur rimanendo fisicamente vicino e persino attaccato, agli altri ne è scollegato, solo ed isolato, vivendo una vita senza uno scopo, se non quello di essere trattato come un dato digitale, acquisibile e controllabile, in ogni momento. L’artista quindi richiama l’idea della tecnologia che da un lato dovrebbe unire gli uomini, ma dall’altro, invece, li separa, li divide e li controlla. Non a caso, nelle sue opere, è ricorrente la posizione di una mano, che pare tenere un telefonino, anche se nella scultura, non è presente alcun dispositivo del genere. Questa ripetitività stilistica, è funzionale al trasmettere nell’osservatore, dell’opera, il senso di alienazione e dipendenza dalla tecnologia. Ad un certo punto, nell’osservare queste figure teriomorfiche, si ha quasi la sensazione fisica di provare un crampo alle mani, sfinite dalla fatica senza fine di tenere qualcosa di immateriale, ma molto pesante al contempo. Eppure le opere di Lai JunJie, trascendono quest’apparente disumanizzazione, per cercare di costruire ponti invisibili ma parimenti presenti, tra l’oriente e l’occidente e le loro rispettive culture artistiche. Molto importante, in questo senso, è la figura dell’anatra, che noi occidentali spesso associamo unicamente ad un piatto tipico del Paese del Dragone, vale a dire l’anatra all’arancia, mentre essa, in Cina, ha valenze simboliche molto più estese e complesse. In particolare, l’anatra, animale capace di muoversi, in armonia all’interno di uno stormo, quasi fossero un corpo solo, appresenta l’unità familiare e sociale, in antitesi alla divisione indotta dalla tecnologia. Ecco quindi che l’artista, attraverso la nostra suggestione occidentale verso il cibo cinese ed esotico in generale, rappresentata dall’anatra, ci invita quasi a nutrirci di un cibo spirituale ed immateriale, per cercare di reintegrarci nella nostra unità.

Insomma la lezione morale, che dobbiamo trarre dalle sculture di Lai Junjie, in definitiva, è quella di cercare di prendere il meglio di ciascuna cultura, quella occidentale e quella orientale, mescolare insieme questi ingredienti e cercare di cucinarli dal punto di vista artistico, nel modo migliore, per preparare un piatto nuovo e succulento da gustare tutti insieme, in una sorta di nuovo umanesimo che sublima, l’uomo, attraverso l’arte e l’armonia e la bellezza che ne conseguono, per scacciare il transumanesimo, che va oltre l’ibridazione tra uomo ed altri animali, perchè rappresenta non più una divinità celeste, ma un’entità infera, vale a dire l’uomo – macchina.

E se tale follia dovesse essere realizzata, non esisterebbe più l’uomo ma solo l’automa antropomorfo, svuotato di ogni afflato animico e spirituale e con esso morirebbe anche l’arte.

Luca Monti