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Il caso di Erba, per Tarfusser «Un’ingiustizia umana»

di redazione
martedì 5 Maggio 2026 · 16:47 · 6 min di lettura
Il caso di Erba, per Tarfusser «Un’ingiustizia umana»

Quando la verità processuale diventa intoccabile

Una conferenza singolare, l’odore scatenante era “giustizia” all’interno dell’aula Magna dell’istituto italiano di criminologia di Vibo Valenza. Volano elementi dibattuti, discutibili, interessanti. Dove al tavolo dei relatori hanno animato la discussione, il rettore professor Saverio Fortunato, il pro rettore professor Fausto Malucchi e il dottor Cuno J.Tarfusser, precedentemente sostituto procuratore presso Procura Generale della Repubblica. La centralità del dibattito è divenuta per l’occasione una vera lezione magistrale: il “Caso Erba”. E spunta un esposto del procuratore come atto di difesa, secondo lui, verso due persone innocenti.

“Signori Procuratori della Repubblica, potete sicuramente immaginare come io mi renda perfettamente conto della delicatezza dell’atto che sto sottoponendo alla Vostra e attenta e prudente valutazione ma, essendo entrato in Magistratura oltre 40 anni or sono ed avendo avuto dei Maestri che mi hanno insegnato come la Giustizia umana sia la sintesi, il prodotto tra la legge, la lettura intellettualmente onesta degli atti processuali e la propria coscienza, senza tralasciare il contesto e l’aspetto umano e sociale delle tragedie di cui siamo chiamati a occuparci, non posso e non voglio rimanere in silenzio di fronte a quella che – personalmente non ho alcun dubbio – è una colossale, eclatante Ingiustizia umana, una inaudita violenza che il sistema giudiziario da vent’anni sta infliggendo a due persone che stanno scontando il “fine pena mai.”


Così comincia la lettera, esposto-denuncia del dottor Cuno J. Tarfusser, già Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Bolzano e vicepresidente della Corte penale internazionale. Lo fa senza peli sulla lingua consapevole che il verdetto su Olindo e Rosa abbia delle lacune profonde. Che non vuole essere solo a difesa dei due coniugi ma vuole soprattutto chiarire alcuni punti sulla colpevolezza inflitta di un ergastolo che incomincia a far tremare alcune poltrone. Con la sentenza definitiva sulla strage di Erba in cui alle due sentenze, rispettivamente della Corte d’appello di Brescia e della Corte di Cassazione che hanno dichiarato l’inammissibilità della richiesta di revisione proposta dalla Procura generale di Milano e dai difensori dei due condannati.
Ma ci tiene a citare una prova Il riferimento è alla Consulenza Tecnica del P.M., svolta dal R.I.S. di Parma e firmata dal loro, allora Comandante Col. Luciano GAROFANO. Dopo 9 mesi di accuratissimi accertamenti e analisi scientifiche, documentate in ben 223 pagine, tradotto vuol dire che non sono state trovate delle prove su Rosa Bazzi e Olindo Romano tracce o prove tangibili sul luogo del delitto.

Le dichiarazioni del pro rettore Fausto Malucchi e la fallacità della sentenza di condanna
Chiare e forti le parole del pro rettore “Il caso di Olindo e Rosa non può non amareggiare un magistrato di alto livello come il dottor Tarfusser che anche all’istituto di criminologia non ha perso occasione per
ribadire l’incredibile fallacità di quella sentenza di condanna. Una sentenza basata su evidenti errori, su illazioni, su ipotesi priva della seppur minima prova circa la loro colpevolezza. Tarfusser, magistrato “innamorato”della sua professione, non perde occasione per ribadire che quella sentenza debba essere cancellata dall’ordinamento di uno stato civile. In particolare all’Istituto di Vibo ha evidenziato come le accuratissime indagini dei RIS di Parma avessero appurato che sulla scena del crimine non esisteva neppure una seppur minima traccia della presenza degli imputati. Al tempo stesso nei locali che erano nella disponibilità degli imputati, non era stato riscontrato alcun elemento attribuibile alle vittime. Questa prova avrebbe esagerato qualsiasi accusa nei confronti di Olindo e Rosa, cosa che invece, non è mai avvenuta.
Il mio personale pensiero quale protettore dell’istituto di criminologia è che le nostre porte saranno sempre aperte per magistrati illuminati, come connotar Tarfusser e Stefano Vitelli, rappresenteranno un muro invalicabile per tutti coloro che trasformano un valore fondamentale in un esercizio molto simile a un gioco”

Quando la verità processuale diventa intoccabile

Ascoltando e leggendo l’esposto–denuncia presentato da Cuno Tarfusser, magistrato di lungo corso, emerge un quadro inquietante: un sistema che, di fronte alla possibilità di aver sbagliato, sembra chiudersi a riccio.
Al centro dell’Esposto denuncia c’è uno dei casi più discussi della cronaca italiana: la strage di Erba. Rosa Bazzi e Olindo Romano stanno scontando l’ergastolo ma, secondo Tarfusser, il problema oggi non è più la condanna in sé, ma la revisione negata. L’esposto non attacca frontalmente le sentenze definitive, ma le decisioni successive che hanno dichiarato inammissibile la revisione del processo. Ed è qui che, secondo il magistrato, non si parla di semplici errori si parla di omissioni, travisamenti, dati ignorati o addirittura ribaltati. Di prove nuove considerate non nuove, ma di elementi mai valutati perché esclusi in partenza. Il cuore della denuncia è che non si è voluto riaprire il processo non perché mancassero elementi, ma perché mancava la volontà di rimettere in discussione un verdetto ormai cristallizzato.
Tra i punti più forti emerge un dato che, se confermato, sarebbe devastante: l’assenza di tracce genetiche degli imputati sulla scena del crimine e, allo stesso tempo, l’assenza di tracce del delitto nelle loro disponibilità.
Un elemento che, in un’indagine ordinaria, avrebbe potuto orientare diversamente il processo. E invece, secondo l’esposto, sarebbe stato considerato “superfluo”. Accanto a questo, sono contestate altre anomalie: valutazioni ritenute contrarie agli atti; testimonianze mai ascoltate ma considerate già esaminate; consulenze scientifiche liquidate senza un reale confronto; ricostruzioni fattuali che non troverebbero riscontro nei documenti. Non è solo una critica tecnica. È un’accusa; quella di aver costruito una verità che non può essere messa in discussione.


Il dogma dell’infallibilità
Il passaggio più inquietante è forse quello culturale. Tarfusser parla esplicitamente di un “dogma dell’infallibilità” della magistratura. Un sistema che, una volta giunto a sentenza definitiva, tende a difendere se stesso più che a interrogarsi. E allora il problema non è più stabilire se Bazzi e Romano siano colpevoli o innocenti. Il problema diventa un altro: La giustizia è ancora capace di correggere i propri errori?
Quando la verità processuale diventa intoccabile ogni processo produce una verità, ma quella verità non è sempre la verità reale. È una ricostruzione, costruita su prove, interpretazioni, limiti umani. Il diritto prevede la revisione proprio per questo: perché la giustizia, per essere tale, deve avere il coraggio di tornare sui propri passi. Se però il meccanismo della revisione s’inceppa, se le prove nuove vengono
respinte prima ancora di essere valutate, allora il sistema smette di essere uno strumento di giustizia e diventa un meccanismo di conservazione. La domanda che resta alla fine di questo esposto non resta una certezza.
Resta una domanda, che pesa più di qualsiasi risposta:
È più pericoloso assolvere un colpevole o condannare un innocente e non volerlo più verificare?
Perché una giustizia che non accetta il dubbio non è forte.
È solo fragile… e difensiva.
E quando la giustizia diventa difensiva, il rischio più grande non è l’errore.
È l’incapacità di riconoscerlo.

Ada Cosco