Bruno Contrada un uomo rinnegato dallo Stato
Quando il nome di un superpoliziotto compare sulla bocca di un pentito, il turbamento è inevitabile, ma le accuse devono essere sostenute da prove solide, non da semplici indizi o da ricostruzioni fragili. Ma sarà finita la sua storia o si cerca il lieto fine? C’è ancora altro da “seppellire”?
Con la scomparsa di Bruno Contrada, avvenuta a 94 anni nella sua Palermo, si chiude uno dei capitoli più controversi, divisivi e indecifrabili della storia repubblicana. Per decenni il volto di Contrada è stato l’emblema di un’Italia in guerra con se stessa: da un lato l’efficiente apparato dello Stato nella lotta alla mafia, dall’altro il sospetto di patti indicibili siglati nell’ombra dei servizi segreti.
LA STORIA
Nato a Napoli nel 1931, Contrada entra in Polizia nel 1958, legando indissolubilmente il suo nome alla Sicilia. Per oltre vent’anni è stato l’uomo di punta della Squadra Mobile di Palermo, collaborando con figure leggendarie come Boris Giuliano. La sua ascesa è fulminea: dalla sezione investigativa passa ai vertici dell’Alto Commissariato per la lotta alla mafia, fino ad approdare ai servizi segreti civili, il Sisde, di cui diventa il numero tre a livello nazionale.
In quegli anni, Contrada è l’uomo che “sa tutto”. Gestisce informatori, coordina operazioni delicate e si muove in quella zona di confine dove il dovere istituzionale incrocia le necessità della sicurezza nazionale. Per molti colleghi era un poliziotto formidabile; per i magistrati che lo avrebbero indagato, era invece il “volto istituzionale” di Cosa Nostra.

La risvolta
Il terremoto scatta il 24 dicembre 1992. Sulla base delle dichiarazioni di pentiti come Gaspare Mutolo e Tommaso Buscetta, Contrada viene arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. L’accusa è pesantissima: aver fornito informazioni riservate ai boss, agevolando la clandestinità di latitanti eccellenti e protetto gli interessi dei Corleonesi.
Il calvario giudiziario dura quasi trent’anni. Incomincia nel 1996: Condanna in primo grado a 10 anni di reclusione. Nel 2001: Assoluzione in appello (sentenza poi annullata dalla Cassazione). Infine nel 2007: Condanna definitiva a 10 anni, che Contrada sconta tra carcere militare e arresti domiciliari per motivi di salute.
Il cambiamento importante arriva non dai tribunali italiani, ma dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). Nel 2015, i giudici di Strasburgo stabiliscono che Contrada non doveva essere condannato: all’epoca dei fatti contestati (anni ’80), il reato di “concorso esterno” non era sufficientemente definito dal sistema giuridico italiano.
Nel 2017, la Cassazione recepisce il verdetto europeo dichiarando la condanna “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”. Contrada muore dunque da incensurato, avendo ottenuto la revoca di ogni sanzione e il ripristino della pensione, ma senza mai aver ricevuto una piena assoluzione “nel merito” che cancellasse i sospetti dei magistrati palermitani.
Contrada se ne va portando con sé i dettagli di una stagione dove i confini tra Stato e Mafia apparivano tragicamente sfumati. Resta il ritratto di un uomo che ha attraversato l’inferno delle carceri gridando la propria innocenza e che, fino all’ultimo respiro, ha preteso che sulla sua bara fosse deposto il Tricolore, simbolo di quel servizio che, tra luci e ombre, ha segnato tutta la sua esistenza.
Solo i fedelissimi accanto al feretro
Mentre Il ministro Piantedosi il 16 marzo ricorda il rapimento di Aldo Moro e la sua scorta. Un altro uomo dello Stato giace di fronte all’altare. Sono i funerali che hanno messo fine a una tragedia di un poliziotto. Forse una delle tante. Ma la sua storia ha tombato anche i segreti di Stato che solo lui, forse, aveva difeso. C’è anche un fedelissimo un certo colonnello che, per lui, nel mese di settembre scade quel vincolo giuridico per coprire “i casini” che danneggerebbero l’immagine della nostra repubblica e la sicurezza nazionale. Li chiamano segreti di Stato.
Nella cattedrale di San Tommaso d’Acquino a Palermo la chiesa era piena di gente comune. Soprattutto fedelissimi che hanno operato nelle forze di polizia e lo stimavano. E un picchetto di uomini rende onore a Bruno Contrada. Sono gli uomini che appartengono all’associazione Europea Operatori di Polizia di cui il Presidente nazionale è Alessandro Celli, che nel frattempo, intercettato dalla Digos gli è stato chiesto del perché del picchetto d’onore attorno alla salma del dottor Contrada. Una risposta era indiscutibile. Un criminale, forse, avrebbe avuto altri trattamenti. Mentre il defunto è un uomo dello Stato, c’è da pensare. Chiesti anche i documenti al Presidente Cetti, lui uomo di polizia che rimase attonito di fronte una richiesta così assurda, ma forse pregna di disposizioni sintomatiche. E’ partita proprio dall’associazione di Cetti con lui in testa chiedere tanti anni fa, la grazia per il dottor Contrada, ma lui non la voleva. Voleva solo “un grazie dallo Stato”. Non è stato così.
Ada cosco