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Omicidi in famiglia: la pubblicità come vettore di frustrazione ed aggressività

di redazione
martedì 11 Febbraio 2025 · 21:33 · 4 min di lettura
Omicidi in famiglia: la pubblicità come vettore di frustrazione ed aggressività

Il 43% degli omicidi in Italia, avviene in famiglia. Questo dato inquietante non può essere spiegato solo con motivazioni sociali ed economiche: dietro questa violenza c’è un meccanismo più subdolo e onnipresente, che agisce a livello neuropsicofisiologico. La pubblicità, con il suo bombardamento costante di desideri indotti e aspettative irrealistiche, è un veleno invisibile che altera il nostro cervello innescando frustrazione, ansia e rabbia repressa.

Il meccanismo neurobiologico della frustrazione

La frustrazione è il motore principale dell’aggressività, come dimostrato da numerosi studi di neuropsicofisiologia. Il sistema limbico, in particolare con l’amigdala e il giro cingolato anteriore, è il centro nevralgico delle emozioni. Quando un individuo percepisce un ostacolo tra sé e un desiderio — e la pubblicità ne impone a milioni — il cervello attiva il circuito della frustrazione, che si sviluppa in tre fasi:

Dopamina e sistema di ricompensa: la pubblicità stimola il sistema dopaminergico, promettendo gratificazioni irraggiungibili. Ma quando la realtà smentisce la promessa (non possiamo comprare quell’auto, avere quel corpo perfetto, vivere quella vita da sogno), si genera un calo dopaminico che porta a insoddisfazione cronica.

Attivazione dell’amigdala: la frustrazione innesca una risposta di allarme nel cervello, attivando il sistema di attacco/fuga. Se il soggetto non può sfogare la sua frustrazione all’esterno (per esempio contro il sistema o la pubblicità stessa), il conflitto si sposta nelle relazioni più vicine, scagliandosi in particolare sulla famiglia.

Cortisolo e stress cronico: il continuo confronto con modelli inarrivabili porta ad un incremento del cortisolo, ormone dello stress. Questo compromette la capacità di autoregolazione della corteccia prefrontale, aumentando l’impulsività e riducendo il controllo sulle emozioni.

Pubblicità e costruzione della rabbia domestica

Gli studi di Zillmann e di Berkowitz, sulla teoria della “Trasferenza dell’eccitazione” dimostrano che la frustrazione si accumula nel tempo e si scarica dove il soggetto si sente più sicuro: il contesto familiare. La pubblicità, creando un divario insormontabile tra desiderio e realtà, diventa un “generatore costante di micro-frustrazioni”, che si stratificano fino ad esplodere in violenza. Ecco alcuni dati illuminanti su questo fenomeno: Uno studio di Faber ed O’Guinn, del 1988 ha dimostrato che l’esposizione a pubblicità che promuovono il lusso e lo status sociale aumenta la depressione e il senso di inadeguatezza nelle classi medie e basse. Uno studio dell’Università di Cambridge, del 2019 ha poi rilevato che il consumo eccessivo di social media e pubblicità online altera il circuito della ricompensa, portando a una maggiore incidenza di disturbi del controllo degli impulsi. La teoria del “Paradosso della felicità” di Easterlin, dimostra, infine che l’aumento del PIL e del consumo pubblicitario non si traduce in maggiore benessere, ma in una crescita dell’ansia sociale e del disagio psichico.

Omicidi in famiglia e “Pubblicità tossica”

Se sommiamo questi effetti ai fattori sociali, otteniamo un quadro in cui la pubblicità diventa un agente silenzioso della violenza domestica, che possiamo dividere in tre sezioni:

La coppia come principale campo di battaglia: il partner è la persona con cui condividiamo più aspettative e frustrazioni. L’idea romantica pubblicitaria di una relazione perfetta amplifica il senso di fallimento nei momenti di crisi.

Omicidi-suicidi ed “effetto annientamento”: molti omicidi familiari si concludono con il suicidio dell’autore. Il fallimento esistenziale indotto dal sistema pubblicitario può portare, infatti, ad un vero e proprio collasso psichico, con conseguente distruzione di sé e dei propri cari.

Armi ed aggressività accumulata: il coltello, che è l’arma più usata negli omicidi domestici, simboleggia una rabbia esplosiva che non trova sfogo in altri contesti. La pubblicità non offre vie di uscita alla frustrazione e la trasforma in un cortocircuito interno.

Conclusione: disinnescare la bomba del desiderio indotto

Gli omicidi in famiglia non sono, quindi, solo un problema sociale o psicologico, ma anche sintomo di un modello economico e comunicativo malato. L’iperpubblicità, genera aspettative tossiche, frustrazione cronica ed un incremento dell’aggressività latente. Se vogliamo davvero ridurre la violenza domestica dobbiamo riconsiderare l’impatto psicofisiologico della pubblicità, sulle nostre menti e sulle nostre vite.

Dr Gilberto Di Benedetto Psicologo e psicoterapeuta