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L'opera c'è, il posto no

Luce Tagliente, dalle mani dei clienti alle mani dell’artista

Da uno storico ristorante di Prato alle mani di Luciano Manara, la scultura di Luciano Manara che il committente ha ammirato e rifiutato

di redazione
sabato 18 Luglio 2026 · 11:56 · 3 min di lettura
Ph: Paolo Miki D'Agostini
di Paolo Miki D’Agostini – con la testimonianza di Luciano Manara

Negli anni Sessanta Prato era una città che non dormiva. I telai battevano il tempo nelle fabbriche, i fusi filavano i tessuti che avrebbero vestito mezza Europa, e la sera la città restituiva in ristoranti, cinema e teatri quello che il giorno aveva prodotto. Il dopoteatro era un rito: attori, cantanti e musicisti si ritrovavano a tavola, e certi locali diventavano istituzioni cittadine quanto le ciminiere. «Gli anni 60 a Prato sono stati magici», ricorda l’artista Luciano Manara, «con fabbriche e telai che cantavano tutti i giorni ritmi perfetti».

Uno di quei ristoranti, tra i più noti della città, era il tempio del dopoteatro: «tutti facevano a gara per andare ad assaporare i piatti di pesce». Poi, intorno al 2010, dopo mezzo secolo di attività, la chiusura. E nel 2026 il passaggio di mano: un’altra gestione ne rileva le mura e la licenza.

È a questo punto che Manara viene interpellato, per dare un parere e «quel tocco d’arte» al nuovo corso. Ed è durante la visita al locale, chiuso da anni, che avviene l’incontro: in un angolo, dei cesti pieni di posate. Forchette, cucchiai, coltelli. Cinquant’anni di servizio abbandonati in un angolo.

Manara ne sente quello che chiama «il richiamo». Le descrive come strumenti del palato: «Quante bocche avranno visto, quanti denti e labbra avranno baciato portando il cibo sulla lingua. Quanti discorsi di amanti, di segreti». E aggiunge, con un sorriso che si sente anche per iscritto: «E pensare che quelle posate non hanno mai fatto la spia a nessuno. Di loro ti puoi fidare. E poi, tutti d’un pezzo: acciaio».

L’idea nasce lì, davanti a quei cesti. Se un ristorante che rileva un altro ristorante ne prosegue l’essenza, ragiona l’artista, allora gli strumenti – «i veri protagonisti» – possono amplificarne la vita e il lavoro. Nasce così il progetto di un’installazione luminosa: le posate trasformate in scultura, attraversate dalla luce dei led.

Nel suo laboratorio, con l’aiuto di alcuni amici, Manara avvia quella che definisce la trasformazione «da strumento del palato a strumento della luce». Un lavoro artigianale fatto di fili, led e saldature, dove «le difficoltà ti bussano sempre», fino al risultato: «essenza stessa di strumenti in essenza di luce». Un passaggio di testimone, nelle sue parole, «da una gestione storica a una ancora da storicizzare».

L’opera è compiuta. Ma non è mai arrivata a destinazione.

Finito il lavoro, i soci della nuova gestione si trovano davanti all’installazione. La ammirano. Uno dei tre, però, non ne è convinto. Il verdetto, riferito da Manara, è di quelli che restano: «Eccezionalmente interessante… e poi chi lo pulisce?».

E così la scultura è rimasta nel laboratorio dell’artista. «Dovreste sentirli, tutti quei coltelli, forchette, cucchiai», dice Manara, «piangere disperatamente, offesi di non poter più tornare nel loro locale». Dove per decenni, «fieri come soldatini», hanno custodito i segreti di innumerevoli avventori, sempre utili a qualcuno. La chiusura dell’artista è amara e lucida insieme: «L’arte, si sa, non è utile, non serve. Ma ti fa vivere sempre emozioni».

Le posate che per cinquant’anni hanno servito una città aspettano ancora di sapere se torneranno, trasformate in luce, nel luogo da cui vengono. La domanda che lasciano sul tavolo non riguarda solo loro: quando un’opera nasce per un luogo e il luogo la rifiuta, cosa pesa di più – quello che l’opera racconta, o quello che costa mantenerla?

Se questo è il metro con cui l’arte viene giudicata, quello dello straccio per la polvere, forse è meglio non chiederle di nascere. A chi cerca solo qualcosa che non dia pensieri, basterà un lampadario industriale.