La storia del Judo italiano nel libro: “Cadere rialzarsi combattere”
Per gli appassionati di Arti Marziali in generale e di Judo in particolare, è uscito il libro: “Cadere rialzarsi combattere” che descrive sessant’anni di storia del Judo italiano. Non si tratta infatti, del classico manuale, ma del racconto corale ed appassionato di cinque mostri sacri del Tatami in Italia: Alfredo e Beppe Vismara, Livio Beretta, Aldo Piatti e Valter Scolari, che hanno cominciato a praticare Judo, da ragazzi e sono cresciuti e diventati adulti, continuando a praticare questa disciplina nel segno della tradizione, guidati da figure straordinarie come Cesare Barioli e da famosi maestri giapponesi, durante memorabili viaggi nel Paese del Sol Levante. per una volta vista la natura autobiografica del libro, preferiamo che a presentarlo sia l’autore, Alfredo Vismara, con le sue parole: “Caro lettore, insegnare Judo è, per me, come trasmettere una lingua antica, fatta di corpo, di ascolto, di rispetto. Una lingua che non si improvvisa. La didattica del Judo, è il cuore vivo di questa lingua. È ciò che permette al gesto di avere un senso, all’azione di trasformarsi in armonia, al combattimento di diventare incontro. Spesso, anzi, troppo spesso, assisto ad un Judo, ridotto a tatticismi, a scorciatoie tecniche per vincere sull’altro e non per migliorare se stessi. Per questo voglio ricordare, che il vero Judo non è mai “contro” ma è “insieme”.
È la costante ricerca di una forma migliore, più pulita, più efficace… e più vera. Immaginate un musicista che voglia comporre una sinfonia senza conoscere l’armonia, od un poeta che tenti di scrivere versi profondi senza aver mai studiato la grammatica. Il rischio è creare rumore o confusione e non bellezza. Così anche nel Judo. Solo chi padroneggia la tecnica con rispetto e disciplina, potrà un giorno creare il proprio Judo unico ed armonico, con la consapevolezza di chi ha saputo ascoltare, apprendere e poi, solo poi, trasformare. Il compito di ogni insegnante, di Judo, ma non solo, dunque, è prima di tutto lavorare su di sé, per poi offrire ai propri allievi una via piena di strumenti, di visioni, di possibilità. Una via che non chiude, ma apre. Che non impone, ma accompagna.”