Vai al contenuto

Il Paese svenduto: la patria del turismo che divora sé stessa.

di redazione
martedì 17 Giugno 2025 · 20:26 · 5 min di lettura
Il Paese svenduto: la patria del turismo che divora sé stessa.

Sabato 15 giugno, in decine di città europee, migliaia di persone sono scese in strada per dire basta al turismo di massa, quello che trasforma tutto in una cartolina senza un’anima e che stravolge le città e svuota i quartieri. In Italia le proteste hanno toccato le città di Genova, Milano, Napoli, Palermo e soprattutto Venezia, nel quadro di una mobilitazione coordinata dal movimento SET – Sud Europa contro la Turistificazione. Le manifestazioni hanno denunciato un modello di sviluppo che soffoca la vita quotidiana, spingendo i residenti ai margini e trasforma le città in vetrine luccicanti. Al centro delle critiche ci sono gli affitti brevi e la gentrificazione selvaggia, con la città che smette di essere un posto da abitare e diventa l’ennesimo – e per l’Italia forse l’ultimo e disperato – prodotto da vendere. A Venezia, il fronte della protesta si oppone all’approvazione di nuovi progetti alberghieri che aggiungeranno altri 1.500 posti letto. Un’enormità, per una città che ormai conta più visitatori giornalieri che residenti. Le calli ormai svuotate e silenziose, non raccontano più storie veneziane, ma l’eco di una trasformazione fredda ed irreversibile cominciata alla fine degli anni 90. Qui la turistificazione non è più solo una teoria, ma è un’esclusione quotidiana, ed ormai la Venezia di trent’anni fa è solo un lontano ricordo. Ma la rabbia non si ferma alla laguna. Anche Milano, Genova, Napoli e Palermo hanno aderito alla giornata di mobilitazione. Ed è proprio la sua diffusione capillare a dimostrare che non si tratta più di un fenomeno locale, ma di un problema nazionale, aggravato dal silenzio – e sempre più spesso dalla complicità – delle amministrazioni locali, ormai parte attiva di questa nuova forma di speculazione. Anche altrove, la misura sembra colma. In Spagna, le manifestazioni si sono fatte sentire a Barcellona, Ibiza, Palma de Maiorca, Malaga, Granada, San Sebastián. I cittadini hanno usato pistole ad acqua sui turisti, appiccicato adesivi con la scritta “Mass tourism kills the city” sulle porte degli affitti brevi ed organizzato cortei nel centro storico. Barcellona, che accoglie 26 milioni di turisti l’anno, registra un crescente malessere ed il 31% dei residenti si dichiara insoddisfatto ma la percentuale continua a crescere di mese in mese. In Portogallo, a Lisbona, lo scenario è molto simile. La protesta prende di mira le piattaforme di affitto brevi come Airbnb, la mercificazione dei centri storici e il disinteresse politico. E così il Sud Europa si scopre unito, non solo da una storia comune, ma anche da un presente segnato dalla stessa emergenza: quella abitativa. Il movimento SET chiede un’inversione di marcia chiara ed una riduzione netta del turismo di massa, in favore di modelli sostenibili e rispettosi; regole più severe per gli affitti brevi, (in Spagna, si discute il blocco totale dei nuovi Airbnb entro il 2028) e lo stop agli investimenti nelle mega-strutture turistiche che non portano sviluppo, ma profitto per pochi e disagio per molti. Le risposte istituzionali? A macchia di leopardo. Barcellona ha scelto la linea dura: addio graduale agli affitti turistici. In Italia, invece, tutto si muove con la lentezza di chi teme di toccare interessi troppo grandi. Firenze ha solo avviato un dibattito. Venezia valuta ma non decide. È vero, esiste oggi una legge sugli affitti brevi, con obblighi come il Codice Identificativo Nazionale e limiti fiscali più severi per chi affitta più di quattro immobili, ma molti confidano nella proverbiale lentezza italiana nel farla rispettare. Una legge sulla carta, che tra complicità e compiacenza, resta spesso lettera morta. E intanto, le città si continuano a svuotare, i residenti scappano e gli affitti a lungo termine ormai restano un miraggio. A ricordarci quanto il turismo pesi sull’equilibrio urbano ci sono i numeri. Nel 2025, si stima che la spesa turistica in Europa raggiungerà 838 miliardi di dollari, con un incremento dell’11% rispetto all’anno precedente. Soldi che fanno gola, ma che non arrivano a tutti. Mentre cresce l’indotto turistico, aumentano ancora gli affitti e si saturano i servizi. L’aspetto più inquietante di tutto questo sono i media italiani che perlopiù tacciono, visto che nessuna delle principali testate ha raccontato le proteste del 15 giugno. Eppure, migliaia di cittadini hanno sfilato per difendere il diritto ad abitare ed a non essere cacciati dalle loro città. All’estero, invece, se ne parla ed i giornali e le agenzie di stampa internazionali hanno dato ampio spazio ed acceso la luce su un fenomeno sempre più ingestibile. E allora la domanda sorge spontanea: disattenzione italiana o convenienza calcolata? Perché raccontare l’overtourism significa parlare di lobby, di speculazioni, rendite e poteri trasversali e in Italia, più che altrove , c’è la solita retorica dei “posti di lavoro”. Ma quali? Quelli legati alle grandi piattaforme digitali, che non lasciano nulla sul territorio? O quelli generati dalle seconde case convertite in B&B, dove nessuno viene assunto? E anche nelle grandi catene alberghiere, quel lavoro tanto sbandierato è spesso precario, stagionale e mal pagato. La verità è che si parla di occupazione per mascherare un modello economico che crea rendita, non lavoro. Un tempo però c’era spazio per tutti: studenti, famiglie, artigiani e artisti ma oggi, le città sembrano diventate territori di conquista, dove chi non consuma non ha diritto di esistere, dove tutto si vende e dove si governa con l’occhio fisso sugli introiti e il cuore staccato dalla realtà. E allora la vera domanda è: quanto ancora siamo disposti a tollerare tutto questo? E quando anche l’ultima casa sarà diventata una stanza in affitto, chi avrà ancora il coraggio di chiamarla città?

Grigorij Andreevič Iandolo

Temi: