E’ tornata la “Milano da bere”?
Negli anni Ottanta la “Milano da bere” non era solo uno slogan, ma il volto scintillante di una città dal dinamismo inarrestabile, dove il benessere si ostentava come un trofeo ed il profitto era il motore che cominciava a muovere tutto. All’epoca bastavano un completo elegante, un bicchierino d’amaro e l’aria sicura dei nuovi padroni della città, per credere che il futuro fosse solo una questione di stile e che, quello stile, fatto di sorrisi smaglianti ed ambizioni sfacciate, dovesse riflettersi su tutta la città, come un vestito cucito su misura. Ma quel futuro alla fine si è nutrito dell’intera città e casa dopo casa, via dopo via, le ha divorato l’anima. Le strade di un tempo, si sono trasformate in showroom, boutique ed immobili di pregio, con quartieri popolari acquistati in blocco, ristrutturati e rivenduti a peso d’oro.

Perché la “Milano da bere” non è stata solo un’epoca , ma l’inizio di una mutazione profonda, un’idea che ha finito per svendere tutto. Di ciò che era prima non resta che qualche fotografia sbiadita, qualche anziano sopravvissuto al caro affitti, mentre tutto il resto è diventato una vetrina per pochi eletti. Oggi quella stessa idea, ha consegnato Milano, al profitto, lasciandole in cambio solo una cartolina, da esibire ai turisti e da contabilizzare nei bilanci dei grandi affari, che ora chiamano “rigenerazione urbana” e “marketing territoriale”. Milano, è da molti anni, il laboratorio del potere italiano, un modello di come si intrecciano politica, finanza ed ipocrisie bipartisan e cosi, mentre l’attenzione si concentra sul “Pirellino” e sulle intercettazioni di Sala, il potere vero scorre come al solito attraverso il denaro, perchè alla fine a comandare è sempre lui. Quel denaro che cambia casacca, che si traveste da destra o da sinistra, che si adatta a ogni stagione e sa usare bene le parole del momento: rigenerazione, innovazione e sostenibilità ma alla fine persegue sempre lo stesso obiettivo: ovvero comprare tutto e tutti. Oggi, chi non ha capitali o possibilità di acquistare viene lentamente spinto fuori in virtù di regole costruite appositamente per escludere. Perché Milano, funziona solo per chi genera profitto. Tutto il resto viene lasciato indietro e sacrificato in nome di una modernità senz’anima. Intanto l’opinione pubblica si divide e viene scientemente divisa, da una politica che ha tutto l’interesse a spostare l’attenzione altrove, a fomentare il dibattito sulla sicurezza, il degrado ed i migranti. Questioni che meriterebbero attenzione, ma che finiscono solo per diventare l’ennesima guerra tra poveri, l’ennesima distrazione di massa. Ed è proprio questa manipolazione sistematica la misura di quanto poco conti, per chi governa la città, la vita quotidiana della sua gente. Perché, mentre tengono viva l’illusione dello scontro politico, tutti, di qualunque schieramento, si occupano solo di proteggere gli affari, spartendosi i profitti ricavati dalla vendita della città pezzo dopo pezzo. Per capire cos’è oggi Milano, non si può prescindere dalla figura di Silvio Berlusconi. Non solo perché in questa città ha costruito il suo impero, ma perché Berlusconi, era Milano: il figlio dell’ottimismo edilizio, l’architetto dell’immaginario, il simbolo di una trasformazione e il paradosso di un’intera epoca. Negli anni Settanta, con Edilnord, diede vita a Milano 2 e Milano 3 veri e propri quartieri – satellite, dove il verde era artificiale e la sicurezza era affidata ai privati. La città cominciava a non essere più un luogo da vivere, ma un’occasione per far affari. Poi venne la Fininvest e con essa Mediaset. La Milano delle torri e dei riflettori si fece vetrina di un’Italia, che tutti bramavano, un Paese, dove sembrava che tutto fosse in vendita e la televisione era il filtro attraverso cui narrare la realtà. Berlusconi, non fu mai sindaco di Milano, eppure attraverso i suoi uomini, le sue emittenti e le sue alleanze dominava la città e mentre costruiva il suo impero mediatico e politico, tutti si arrendeva all’idea che l’unico successo legittimo e l’unico futuro possibile fosse quello. La giustizia sociale diventava una parentesi, la periferia una scocciatura e l’inclusione un ostacolo. Nessuna città, più di Milano, ha interiorizzato così profondamente lo spirito dell’apparire e del vincere ad ogni costo. E in questo specchio che riflette solo ciò che luccica, Berlusconi, era insieme il regista e il protagonista. Forza Italia, il partito fondato dal Cavaliere, assicurò continuità a quell’idea attraverso la figura di Gabriele Albertini. Con lui le dinamiche non potevano certo cambiare, perché era parte organica di quel progetto e amministrò Milano come una vera e propria azienda: meno politica, più marketing, meno partecipazione, più cemento. A rafforzare quel disegno contribuì Roberto Formigoni, presidente della Regione per quindici anni, che per lungo tempo predicò l’etica pubblica contro l’appartenenza. Venne poi condannato in via definitiva per corruzione, per un sistema che lui stesso aveva costruito e nutrito, fondato su appalti pilotati nella sanità lombarda, viaggi di lusso pagati da imprenditori in cambio di favori, fondazioni schermate e finanziamenti opachi. Un sistema popolato da uomini legati a Comunione e Liberazione, a conferma che, quando entrano in gioco potere e denaro, neppure la Chiesa, si tira indietro. E quando sembrava che un cambio di colore potesse segnare un’inversione di rotta, il centrosinistra cambiò solo lo stile, non la sostanza. Non più l’aggressività e l’ostentazione del berlusconismo, ma l’eleganza di una sinistra che voleva apparire più civile e più europea. Con Giuliano Pisapia, arrivarono la sobrietà nei toni, l’attenzione alla cultura, il linguaggio dell’inclusione ma il modello economico su cui si fondava Milano, non cambiò. La crescita urbana continuò secondo lo stesso copione: grandi eventi, capitali in movimento, marketing territoriale. L’Expo 2015 promossa dal centrodestra venne affidata alla gestione di Giuseppe Sala, all’epoca manager e tecnico di fiducia e la sinistra non ne mise mai in discussione l’impianto. Anzi, quell’evento divenne il simbolo di una nuova stagione di una sinistra molto ben integrata in un sistema pienamente compatibile con la logica del profitto e della città – vetrina. Cambiavano le parole d’ordine, ma nella sostanza si allontanava con garbo chi non stava al passo. Così, mentre i metri quadri aumentavano di valore aumentava anche il divario tra chi poteva permettersi la nuova Milano e chi ne veniva escluso. Oggi Giuseppe Sala, guida la città, come fosse un marchio da vendere: smart, internazionale e “proiettata sempre verso l’alto”. Ma più la città si innalza tra torri, fiere e vetrine, più i suoi quartieri si sfaldano dimenticati da chi disegna il futuro solo guardando in verticale. Il welfare viene smantellato in nome della “sussidiarietà”. Chiudono le mense sociali, le case popolari si riducono ed i criteri di accesso, come hanno stabilito diverse sentenze del Tribunale di Milano, vengono modificati in modo discriminatorio. Il problema dei migranti, intanto, viene ridotto a slogan da campagna elettorale, strumento buono solo per alimentare la retorica. Perché a Milano, ormai, non conta più chi sei, ma solo quanto rendi. Così, quando esplodono gli scandali urbanistici, si punta il solito dito, quando affiorano gli abusi edilizi, si invoca la solita trasparenza. Ma nessuno osa davvero mettere in discussione il cuore di quel sistema, perché Milano beve da quarant’anni successi, convegni, fiere ed eventi. Beve i suoi slogan, i suoi spot e le promesse e poi, alla fine, come ogni buon ubriaco dimentica gli scandali ed i responsabili, perché quando è il profitto a guidare ogni scelta, nessuna strada è davvero quella giusta. Oggi Milano, ha smesso di guardare negli occhi la sua gente e la vera emergenza non è il degrado o l’insicurezza, nemmeno il traffico o l’immigrazione ma l’ipocrisia e fino a quando il denaro continuerà a valere più della dignità di chi vive la città, nessun progetto potrà davvero appartenere a chi la abita. Perché da troppo tempo, ormai, conta solo ciò che si può vendere e tutto quello che invece una città dovrebbe custodire, viene nascosto dietro un nuovo scintillante progetto.
Grigorij Andreevic Iandolo