Finalmente, dopo mesi di aberrante propaganda da ambo le correnti politiche, finisce il capitolo del referendum che tanto ha scombussolato l’opinione pubblica in questi freddi mesi d’inverno. La vittoria del No rappresenta un risultato per certi versi inaspettato, dal momento che a sostenere il sì era un campo largo rappresentato ovviamente dalla maggioranza, ma anche da partiti centristi come Azione di Calenda.
Ma perché allora una proposta avanzata da una maggioranza che resiste ancora oggi nei sondaggi come la prima coalizione in Italia ha strappato un risultato così negativo e inaspettato anche per il governo?
La prima risposta la possiamo avere da quella che, come ho anticipato prima, è stata (da entrambe le parti) una campagna di un populismo indecente e, per il fronte del sì, decisamente caotica e che dunque non è riuscita a convincere la parte meno convinta. Esemplare la discordia tra Giorgia Meloni e la senatrice della Lega Giulia Bongiorno sul miglioramento dell’efficienza della giustizia, con la Presidente del Consiglio convinta che la riforma avrebbe migliorato il grado di efficienza, ma con la seconda che in Senato definirà poi “ignorante” chi avrebbe previsto un miglioramento in tale ambito. A confermare il totale caos nel fronte del sì è stato il tentativo in extremis della premier di mettere ordine in quello che ormai conosciamo come l’angolo di propaganda più famoso almeno tra i giovani, “pulp podcast” di Fedez e Marra, e poi in TV a La7, in entrambi i casi per catturare elettori, ma con un esito evidentemente vano.
Vediamo in che proporzione la coalizione del si non ha convinto i propri elettori. Secondo alcuni dati della Rai, il 15% degli elettori alle europee della coalizione di destra ha votato per il no, mentre nel fronte di opposizione solo l’8/9%. Un dato importante che riflette il fatto che non tutti gli elettori del centrodestra fossero effettivamente convinti della riforma, e che forse la propaganda non è stata del tutto accolta.
Certo, non era una riforma del tutto politica, ma la mancanza di completa fiducia inizia a far tremare palazzo Chigi. Curioso come (i pochi) elettori alle europee di Calenda, il quale era un fermo sostenitore del sì, abbiamo optato più per il no che per il sì, complice la debolezza ad oggi del partito del politico romano. Un altro dato preoccupante per il governo di Giorgia Meloni è che tra i giovani dai 18 ai 35 anni il no ha vinto con uno scarto dell’11%, dato che fa paura alla maggioranza, la quale deve guadagnare la fiducia dei giovani per le elezioni del 2027: nuovi elettori che potrebbero rivelarsi la chiave. A rendere il quadro ancora più emblematico è il dato territoriale: il no ha trionfato in ben 17 regioni su 20. Un risultato a dir poco curioso e per molti versi paradossale, considerando che ad oggi la mappa delle amministrazioni regionali pende nettamente a favore del centrodestra piuttosto che del centrosinistra.
È lecito interrogarsi, dunque, se la vittoria del No sia davvero un trofeo da esporre nella bacheca del centrosinistra o se, piuttosto, rappresenti un successo di mobilitazione trasversale. La sensazione che emerge dalle urne è di un elettorato, specialmente quello giovane, che ha agito per “patriottismo costituzionale” più che per appartenenza ideologica. Tra gli under 35 non si è vista la rincorsa a un simbolo di partito, ma la difesa di un perimetro di regole comuni avvertite come minacciate. Questo elettorato liquido, che probabilmente non si rivede nella destra, ma nemmeno dalla sinistra attutale (dati alla mano molti erano astenuti alle europee), è quindi compito dei partiti di opposizione di prendersi i voti dei giovani che giocheranno un ruolo fondamentale a settembre dell’anno prossimo per le elezioni del parlamento. Intanto il governo cerca di non perdere credibilità e di liberarsi dei casi spinosi in vista del 2027: oltre alle dimissioni di Delmastro, Meloni invita a seguire anche la vice ministro del turismo Santanchè (sarebbe stato fatto lo stesso in caso di vittoria?). Verso le politiche gli obiettivi delle due coalizioni sono chiari. Per la destra cercare di rimanere credibile agli occhi degli elettori e non perdere l’ elettorato consistente che sembra sostenere (almeno prima del referendum ) ancora le politiche della premier Romana. Per la sinistra, invece cercare di consolidare una coalizione stranamente (forse in apparenza?) unita e conquistare i voti di degli elettori che dopo tanto tempo sono tornati alle urne, e che magari possono vedere nell’attuale opposizione un’alternativa all’esecutivo in carica. La strada per il 2027 rimane incognita, con un cambio di rotta che più che mai fa paura al governo di centro destra (che nonostante tutto rimane circa al 45% ), ma con il fronte di sinistra che cercherà di guadagnarsi la fiducia di coloro che hanno spinto per il sì, ma che dubitano ancora della credibilità dei partiti dell’ attuale sinistra.
Giacomo Gorgi
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