Luciano Manara intervistato riguardo la pronuncia della Cassazione, «sono solo un artista»
Legge, paternità, collezionista: il triangolo della vicenda Manzoni visto da chi le opere le produce. Dove finisce il documento e comincia lo spirito
Con l’ordinanza n. 15821 del 22 maggio 2026 (R.G. 16022/2025) la Prima Sezione civile della Cassazione è intervenuta sulla controversia relativa ad alcune opere attribuite a Piero Manzoni, promossa dai familiari dell’artista nei confronti degli eredi di un gallerista milanese che ne rivendicavano la proprietà. Il punto chiarito dalla Corte è che il diritto di disconoscere la paternità di un’opera falsamente attribuita non rientra nel diritto morale d’autore (artt. 20 e 23 l.d.a.), ma va ricondotto alla tutela dell’identità artistica, per analogia con la disciplina del diritto al nome (art. 7 c.c.). Un diritto della persona, non un diritto sull’opera. Da qui la legittimazione dei familiari ad agire non come eredi dei diritti d’autore, ma come portatori di un interesse familiare meritevole di protezione.
In questo video l’artista non affronta la pronuncia sul terreno tecnico. La guarda da dove sta lui, e il suo punto di partenza è una definizione: l’arte non consiste nel dare forma a un’idea, ma nel trasformare quell’idea nella forma dello spirito. L’artista, in questa lettura, è un testimone. La sindrome di Stendhal – quella reazione che ti coglie davanti a certe opere senza che tu sappia spiegartela – è la prova che qualcosa nell’opera continua a parlare.
Su questo sfondo si dispone il triangolo che la vicenda Manzoni mette in scena: la legge da una parte, la rivendicazione di paternità dall’altra, e il collezionista che le opere le ha materialmente in mano. Il confine da tenere, dice, corre tra l’opera e lo spirito.
La sua tesi è che se dentro l’opera si manifesta l’intenzione dell’artista, l’opera è sana e compiuta. E il criterio per stabilirlo non è documentale: sono le sensazioni, l’istinto di chi la guarda. È una posizione che si colloca esplicitamente accanto alla giustizia, non contro di essa – ma che sposta il baricentro dall’archivio alla percezione.
Nel finale l’artista appoggia questa idea di compiutezza a una simbologia ternaria – corpo, anima, spirito – richiamando la tradizione del tre come numero della perfezione, dalla Trinità alle tre cantiche dantesche. Non è un argomento probatorio e non pretende di esserlo. È il modo in cui chi produce opere pensa a cosa le tiene insieme.
Resta il problema pratico, ed è quello che interessa i collezionisti: il mercato non compra sensazioni, compra provenienza. Quando i due criteri divergono – l’occhio dice una cosa, la carta un’altra – il valore si trasferisce con più attrito. La Cassazione ha stabilito chi può contestare un’attribuzione. Non ha stabilito, e non poteva, cosa faccia di un’opera un’opera.
«Sono solo un artista»
È l’unico punto di vista che in questa vicenda non era ancora stato ascoltato.
Paolo Miki D’Agostini