L’automotive tedesco perde 42mila posti mentre la Cina stringe la morsa
Il settore brucia il 5,8% della forza lavoro nel primo semestre, il calo più marcato tra tutti i comparti industriali del Paese
L’industria automobilistica tedesca ha perso 42.300 posti di lavoro nei dodici mesi terminati a fine giugno, portando l’occupazione del settore al livello più basso dal 2005. A pesare sono due fattori che si sommano: i profitti in calo sul mercato cinese e la pressione crescente dei marchi cinesi sul terreno di casa, quello europeo.
I dati, diffusi venerdì dall’Ufficio federale di statistica tedesco, fotografano un’emorragia occupazionale che ha colpito l’automotive più di ogni altro comparto: -5,8% di forza lavoro, contro il -2,7% dell’intero settore manifatturiero, che nello stesso periodo ha perso 144.100 posti. Le associazioni di categoria avvertono che il peggio deve ancora arrivare.
I conti di Volkswagen e Mercedes-Benz
I numeri dell’occupazione arrivano a stretto giro dai bilanci dei due colossi tedeschi. Volkswagen ha comunicato un crollo di circa il 30% dell’utile netto nel primo semestre, mentre Mercedes-Benz ha tagliato le previsioni di vendita per l’anno in corso. Entrambe le case indicano la domanda debole in Cina come fattore determinante; Volkswagen segnala inoltre la concorrenza sempre più aggressiva dei rivali cinesi proprio sul mercato europeo.
Thomas Puls, economista dell’Istituto economico tedesco (IW), descrive un modello di business che per decenni ha retto su tre pilastri – dominio nel segmento premium, forte export intercontinentale, leadership tecnologica – e che oggi vede tutti e tre incrinarsi contemporaneamente.
Sovraccapacità e transizione elettrica, non solo Cina
Secondo Puls, le cause del crollo occupazionale sono soprattutto interne: la sovraccapacità produttiva tedesca e la transizione ai veicoli elettrici. Gli stabilimenti del Paese producono oggi circa 4,2 milioni di auto l’anno, contro i quasi 6 milioni di un decennio fa: una capacità in eccesso stimata attorno al 30%. A questo si aggiunge un problema di marginalità – i veicoli elettrici generano margini più bassi per i costruttori – mentre la componentistica soffre il doppio colpo di volumi in calo e abbandono del motore endotermico.
L’impatto cinese, spiega ancora Puls, si è fatto sentire soprattutto sul piano finanziario più che su quello dei volumi. Rispetto al 2019 la Germania ha perso tra le 150mila e le 200mila unità di export verso la Cina, in gran parte modelli ad alto margine di Porsche e Mercedes-Benz: un colpo agli utili sproporzionato rispetto al numero di vetture in meno. Anche i profitti delle joint venture cinesi dei gruppi tedeschi si sono ridotti.
Un fronte industriale che cambia posizione
Il dato più significativo, sul piano politico-industriale, è forse questo: mentre i marchi cinesi guadagnano terreno in Europa, l’industria tedesca inizia a descrivere apertamente la Cina come una delle principali minacce al proprio futuro. È un cambio di postura che coinvolge anche costruttori che finora si erano schierati contro le barriere commerciali – segno che la difesa del libero scambio, per Berlino, sta diventando un lusso sempre più difficile da permettersi.