Le botteghe artigiane spariscono dalle città e dai paesi italiani
L'intelligenza artificiale non farà sparire gli artigiani, ma li dividerà in due gruppi
In sintesi
- Dal 2015 al 2025 spariscono quasi 434mila artigiani, di cui 70mila solo nell’ultimo anno
- Marche, Umbria ed Emilia-Romagna guidano il calo decennale; il Mezzogiorno regge meglio grazie a PNRR e Superbonus
- Le cause: e-commerce, costi fissi, spopolamento e processi di fusione tra imprese
- L’intelligenza artificiale non farà sparire i mestieri manuali, ma separerà chi la usa come assistente da chi se la trova come concorrente
- Le proposte della CGIA: un reddito di gestione per le botteghe nei centri sotto i 10mila abitanti e un rilancio degli istituti professionali
A Ferragosto molte serrande si abbassano per ferie. Altre, però, sono chiuse da tempo e non riapriranno. L’Ufficio Studi della CGIA di Mestre ha scelto proprio questi giorni per pubblicare i numeri di un’erosione che dura da diciassette anni: in un decennio l’Italia ha perso quasi un artigiano su quattro.
Diciassette anni di discesa ininterrotta
Il punto più alto risale al 2008, quando le sedi di imprese artigiane attive sfioravano il milione e mezzo. Da allora la curva non ha mai invertito la direzione, e nel 2025 si è fermata a 1,22 milioni di unità.
Ancora più netta la contrazione delle persone. Contando titolari, soci e collaboratori familiari sulla base dei dati INPS, gli artigiani italiani erano 1,73 milioni nel 2015 e sono 1,3 milioni nel 2025. Sono quasi 434mila in meno, il 25,1 per cento della platea complessiva. Solo nell’ultimo anno la perdita si avvicina alle 70mila unità, pari al 5,1 per cento.
L’emorragia riguarda tutte le regioni, nessuna esclusa, ma con intensità molto diverse. Nel decennio le Marche perdono il 31,3 per cento dei propri artigiani, l’Umbria il 29,3, l’Emilia-Romagna il 28,7, il Piemonte il 28,4. Il Mezzogiorno registra invece il calo più contenuto, il 20,2 per cento, e la CGIA lega questa relativa tenuta al PNRR e alla coda del Superbonus, che hanno sostenuto il comparto delle costruzioni proprio dove il tessuto artigiano era più fragile.
Se si stringe lo sguardo sull’ultimo anno, il quadro provinciale racconta un’altra geografia. La flessione più marcata colpisce Pesaro e Urbino, che perde 1.043 artigiani, l’8,3 per cento. Seguono Mantova con il 7,9 per cento (938 unità in meno), Bologna con il 7,5 (2.113) e Belluno con il 7,3 (405). All’estremo opposto della classifica compaiono quasi solo province meridionali: Nuoro cede il 3,2 per cento, Agrigento il 3,1, Vibo Valentia il 2,9. Nel Lazio, la provincia di Roma perde 3.340 artigiani nell’ultimo anno, il 5,4 per cento, portando il totale provinciale a 58.034 unità.
Perché il negozio di vicinato non regge più
Le cause si sommano e si rinforzano a vicenda. La prima è la concorrenza della grande distribuzione e dell’e-commerce, che grazie alle economie di scala comprimono i prezzi a livelli che il piccolo negozio, il quale acquista poco e paga di più i fornitori, non può inseguire. A questo si aggiunge la comodità della consegna a domicilio, ormai un’aspettativa più che un servizio.
C’è poi un cambiamento nelle abitudini di consumo. Si compra meno spesso ma in quantità maggiori, concentrando gli acquisti in luoghi raggiungibili in auto dove si trova tutto insieme. È esattamente il contrario del modello su cui la bottega di prossimità aveva costruito la propria sopravvivenza: una clientela quotidiana e fidelizzata.
Sui conti pesano infine i costi fissi. Affitti commerciali, utenze, tributi locali e contributi incidono su una piccola attività molto più che su una catena, e con margini ridotti e poca capacità finanziaria bastano pochi mesi di vendite deboli per compromettere l’equilibrio economico. Lo spopolamento fa il resto: meno abitanti significa meno clienti, e la chiusura di scuole, uffici e servizi pubblici svuota le strade commerciali del passaggio che le teneva vive.
Non tutto, però, è mortalità d’impresa. Una parte della riduzione riflette i processi di aggregazione e acquisizione seguiti alle crisi del 2008-2009, del 2012-2013 e del 2020-2021. Quelle fusioni hanno assottigliato la platea degli artigiani ma hanno aumentato la dimensione media delle imprese, con effetti positivi sulla produttività di comparti come il trasporto merci, il metalmeccanico, l’installazione di impianti e la moda.
L’intelligenza artificiale non cancella l’artigianato, lo seleziona
Sul ruolo dell’intelligenza artificiale la CGIA propone una lettura che evita tanto l’allarme quanto l’entusiasmo. Nessuno ha una risposta certa, premette l’Ufficio Studi, ma è probabile che l’IA non faccia sparire gli artigiani: piuttosto li dividerà in due gruppi.
Da una parte c’è chi la userà come un assistente instancabile. Il falegname che ottiene dieci varianti di un tavolo in pochi secondi, il muratore che prepara un preventivo mentre è ancora in cantiere, il ceramista che smette di perdere serate a scrivere post. In questi casi la tecnologia non sottrae tempo, lo restituisce, e lo restituisce proprio alla manualità.
Dall’altra c’è chi se la troverà davanti come concorrente. Accade dove il prodotto si presta alla standardizzazione: mobili stampati in 3D, capi “su misura” pronti in un’ora, grafiche generate in automatico al posto del designer. Qui il rischio è concreto, perché costa meno e perché il cliente fatica sempre più a distinguere un oggetto fatto a mano da uno uscito da una macchina.
A reggere meglio, secondo la CGIA, saranno il restauro, dove nessun automatismo sostituisce l’intervento su un mobile antico, il lusso su misura, la riparazione e chi vende soprattutto un’esperienza: corsi, botteghe aperte al pubblico, la possibilità di vedere il gesto artigianale dal vivo. Il pericolo, allora, non è che l’IA porti via il lavoro. È che chi la sa usare diventi molto più veloce di chi lavora solo con le mani, e che per i clienti la differenza diventi sempre meno percepibile.
Le proposte e i settori che vanno controcorrente
L’Ufficio Studi avanza due richieste. La prima è un “reddito di gestione delle botteghe artigiane” destinato a chi apre o conduce un’attività nei centri minori, indicativamente sotto i 10mila abitanti. La seconda riguarda la formazione: restituire centralità agli istituti professionali, scivolati nella percezione comune al rango di scuole di serie B, quando non di parcheggio per gli studenti meno portati allo studio. Il paradosso, osserva la CGIA, è che mentre l’artigianato si contrae gli imprenditori del settore denunciano da anni la difficoltà opposta, quella di non trovare manodopera disposta ad avvicinarsi al mestiere.
Non tutti i comparti, del resto, arretrano. Il benessere cresce con continuità, dagli acconciatori agli estetisti, dai massaggiatori ai tatuatori. L’informatica è in decisa espansione, con sistemisti, addetti al web marketing, video maker ed esperti di social media. Tiene bene anche l’alimentare da asporto: gelaterie, gastronomie e pizzerie al taglio registrano risultati significativamente positivi, soprattutto nelle città ad alta vocazione turistica.
Dati ed elaborazioni: Ufficio Studi CGIA, Associazione Artigiani e Piccole Imprese di Mestre, nota del 14 agosto 2026.