La cultura addestrata all’oblio “Quando l’indignazione diventa obbedienza”
Ci vuole davvero una notevole faccia tosta, per invocare la censura contro il direttore d’orchestra russo Valerij Abisalovič Gergiev, al quale si riferisce la foto di copertina e a corredo dell’articolo, in nome della libertà, della giustizia e della pace! Fa specie che accada proprio in Italia ed in quest’Occidente, che per decenni ha steso tappeti rossi a intellettuali, artisti e filosofi legati mani e piedi al regime nazifascista. E non serve nemmeno coraggio, basta solo addestrare la cultura, a selezionare ciò che conviene ed accantonare il resto. Così si assolve tutto e tutti, purché stiano dalla parte “giusta”. La lista, in fondo, è lunga. Basta sfogliare le pagine del Novecento, per scoprirne i più illustri esempi. In Italia, Gabriele D’Annunzio, poeta di guerra e figura centrale nella gestazione ideologica del fascismo, fu il primo a trasformare la politica in uno spettacolo fatto di saluti romani, culto della personalità e retorica del sacrificio. E anche se il “vate” non fu mai iscritto al partito, ricevette numerosi riconoscimenti ed incarichi: Mussolini, si servì del suo mito per legittimare il proprio potere. Luigi Pirandello, la cui figura è spesso “ripulita” nei manuali scolastici, fu in realtà, un intellettuale funzionale al fascismo, a cui aderì dopo il delitto Matteotti. Il premio Nobel, donò addirittura la medaglia dell’illustre riconoscimento a Mussolini con parole di totale sottomissione al regime. Giovanni Gentile, illustre filosofo e pedagogo, fu sostenitore e ideologo del fascismo. Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del movimento futurista, vero e proprio guerrafondaio, fu promotore dei fasci da combattimento, inneggiava al Duce, con foga e partecipava spesso a scontri violenti, fino ad unirsi alla marcia su Roma. Ed infine Ezra Pound, poeta e voce della Repubblica di Salò. Alla fine venne rinchiuso in manicomio, ma non per ciò che disse, ma perché il suo fanatismo mostrava fino a che punto può spingersi una civiltà che si crede superiore. In Germania, Martin Heidegger, considerato uno dei padri della filosofia esistenzialista divenne rettore dell’Università di Friburgo, grazie all’appoggio di un gruppo di docenti nazionalsocialisti e poco dopo, si iscrisse ufficialmente al partito. In quella veste epurò colleghi ebrei, sostenendo pubblicamente Hitler, che lo elevò perfino a interprete del destino storico del popolo tedesco. Nei suoi taccuini postumi, i cosiddetti “Quaderni neri” affiorano tracce di un antisemitismo ben radicato e strutturale. Eppure Heidegger è ancora oggi studiato e celebrato nei programmi universitari come se nulla fosse. Richard Strauss, Carl Orff, Wilhelm Furtwängler: sono nomi scolpiti nell’Olimpo musicale europeo, forse proprio grazie alla loro complice vicinanza al potere hitleriano. Strauss, fu presidente della Camera musicale del Reich, accanto a Goebbels. Orff, non si iscrisse al partito, ma i suoi Carmina Burana, furono accolti con entusiasmo dal regime, che li utilizzò come simbolo di forza e ordine. Lui non prese mai posizione contraria. Wilhelm Furtwängler, pur non tesserato, rimase in Germania e diresse sotto il regime: la sua figura, finì inevitabilmente per diventare parte del meccanismo culturale e propagandistico del Reich.
Gottfried Benn, poeta e medico, sostenne apertamente il nazismo nei primi anni, lodando la rinascita tedesca e solo in seguito ne prese le distanze. In Francia, Louis-Ferdinand Céline, uno dei più grandi autori della letteratura francese del Novecento, fu anche uno dei più violenti antisemiti del suo tempo.
Tra il 1937 ed il 1941 pubblicò una serie di pamphlet feroci contro gli ebrei, i comunisti e la democrazia arrivando a giustificare apertamente Hitler e l’antisemitismo di Stato. Eppure non fu mai processato e mai escluso dai manuali, ed oggi è riedito con rispetto, persino con nostalgia. Pierre Drieu La Rochelle, altro scrittore brillante, fu intellettuale fascista e collaborazionista convinto: difendeva la purezza della razza e la necessità di un’Europa autoritaria. Nessuna cancellazione culturale. Anzi, la Francia lo studia con imbarazzo, ma anche con deferenza, come si fa con i propri fantasmi. E poi gli Stati Uniti, sempre pronti a distribuire patenti di democrazia. Charles Lindbergh, eroe dell’aviazione e volto “dell’America che ce l’ha fatta” fu simpatizzante del nazismo. Ricevette direttamente dalle mani di Hermann Göring, una medaglia riservata agli stranieri meritevoli per il suo contributo allo sviluppo delle relazioni con la Germania.
Ovviamente si oppose all’intervento nella Seconda guerra mondiale con argomentazioni apertamente antisemite. Henry Ford, padre del capitalismo industriale, fu invece antisemita dichiarato, autore del pamphlet Il Giudeo Internazionale, tradotto nella Germania nazista e citato nel Mein Kampf. Hitler lo considerava un modello. E poi Hollywood, la macchina morale del mondo, che oggi si indigna a comando ma che negli anni ’30 tacque, per non perdere il mercato tedesco, ignorando i campi di concentramento e normalizzando l’orrore nazista con il silenzio. È questa la cultura che oggi pretende di farci la morale?
Questo è l’Occidente che pontifica su libertà e democrazia, ma che non ha mai fatto davvero i conti con tutte quelle figure controverse che hanno sostenuto dittature e violenze e che oggi vengono ancora celebrate o studiate? Ma se il mondo dell’arte e della cultura, ha goduto dell’amnistia della memoria, c’è un’istituzione che non ha nemmeno avuto bisogno di chiederla: la Chiesa cattolica. Nel Bel Paese, persino i più audaci evitano lo scontro con la Chiesa, facendo finta di dimenticare che il primo vero patto con i fascisti lo firmò proprio il Vaticano. Il Concordato siglato nel 1929 tra la Santa Sede e il regime fascista non è mai stato revocato ed ancora oggi regola silenziosamente i rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica romana, garantendo a quest’ultima quei privilegi e quel potere, sia temporale che spirituale, che non ha perso né con Mussolini, né con la Repubblica. Perché in Italia, il potere non si bestemmia: si santifica. Certo, l’arte non è neutra, ma nemmeno il giudizio lo è. E allora, se davvero si vogliono cancellare i nomi di quelli che sostengono un regime, si cominci da quelli scolpiti nei monumenti, nei manuali di storia e nelle chiese. Alla fine, appare evidente che l’Occidente, fatica a giustificare sé stesso se non trova un nemico da combattere o un essere umano da convertire al proprio credo. È questa la linfa che lo tiene in vita. Non si tratta solo di difendersi, ma è l’urgenza di legittimare il suo modello, la sua democrazia, il suo stile di vita, il suo capitalismo spogliato di umanità, come unica via possibile. Così inventa opposizioni, plasma conflitti, costruisce nemici per negare ciò che più teme: la coscienza, l’uguaglianza, l’altro nella sua irriducibile alterità. Perché ciò che davvero spaventa il potere, più del dissenso espresso, è la possibilità che qualcuno scelga di pensare con la propria testa e di non credere più al racconto della sua superiorità morale e della sua idea di democrazia. E mentre gli imbonitori che inneggiano alla difesa dei diritti umani, si indignano per un direttore d’orchestra russo, nessuno apre la bocca davanti ai morti palestinesi e nessuno chiede di cancellare la cultura di Israele. Anzi, in un mondo al contrario, è stato lo stesso primo ministro Benjamin Netanyahu, a proporre Donald Trump, per il Nobel per la pace e nessuno ha avuto il coraggio di ridere o indignarsi. Una messinscena grottesca, dove la dignità, ha lasciato il posto all’opportunismo e la vergogna è stata archiviata come uno scomodo ricordo da cancellare in fretta. Una cultura fatta di ipocriti in giacca e cravatta, sempre pronti a inchinarsi al potente di turno ed a sventolare i diritti umani solo quando tornano utili. Una cultura che cancella la musica, ma non i crimini, che riscrive i manuali, ma non la coscienza, che impone censure a comando spacciandole per democrazia. Perché è così che si costruisce il consenso: non sulla verità, ma su ciò che si sceglie di ricordare. Una memoria piegata al bisogno, che lascia sprofondare nell’oblio, ciò che disturba e trattiene solo ciò che serve. Perché anche l’indignazione si addestra in fretta, la si spinge dove più conviene e la si spegne quando dà fastidio. Nel frattempo, ognuno si aggrappa al proprio angolo di quiete, anche quando sa, ma fa finta di niente. Ma in questa democrazia perfetta del controllo, c’è sempre qualcosa che sfugge: una crepa nella narrazione, una presenza silenziosa che disturba chi ha costruito tutto sulla convenienza del momento. Ed è la verità. Quella verità che non fa rumore, ma resta, e prima o poi si ripresenterà, anche davanti ai “giusti” di oggi, fin troppo simili ai complici di ieri. Perché essere liberi non significa cambiare nome ai nemici, ma smettere di averne bisogno. Il resto è solo silenzio… o resa.
Grigorij Andreevic Iandolo