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Oggi è la Giornata Mondiale del Rifugiato

di redazione
venerdì 20 Giugno 2025 · 18:51 · 5 min di lettura
Oggi è la Giornata Mondiale del Rifugiato

Oggi, 20 giugno, è la Giornata Mondiale del Rifugiato e come ogni volta che si istituisce una “giornata” si rischia di svuotarne il senso, di cadere nella retorica e di ripetere parole già dette mille volte da mille bocche, che non sanno cosa significhi davvero lasciare tutto e partire. Ma un rifugiato, prima di ogni definizione è questo: qualcuno che un giorno, non ha più scelta, qualcuno che resta vivo solo se scappa. Ma ci siamo mai chiesti, davvero cosa voglia dire essere rifugiati? Non quelli dei manifesti, non quelli dei telegiornali ma quelli veri. Quelli con il passaporto strappato e il cuore in frantumi, quelli che di notte affrontano il mare su un gommone o attraversano confini invisibili non sempre fatti di filo spinato. Perché esistono anche esili che non si vedono, ma bruciano allo stesso modo. C’è chi fugge dalle bombe, certo, ma c’è anche chi fugge da un sistema economico che divora tutto, che firma trattati al mattino e li tradisce di sera, che saccheggia in nome di quella democrazia ormai svuotata di ogni significato. Sì, perché l’Occidente ha trasformato la democrazia in una merce da esportazione e troppo spesso, dietro ogni missione di pace, ogni operazione umanitaria, ogni intervento in nome dei “diritti umani” si nasconde soltanto l’interesse per un giacimento, un gasdotto, o la necessità di sostituire un governo scomodo, con uno più compiacente ai propri affari. E così attraverso guerre sempre ben giustificate seminiamo distruzione per poi indignarci per i profughi che ne derivano spaventandosi di fronte a chi bussa alle nostre porte. Il rifugiato diventa così doppiamente invisibile: nella sua terra e poi nella nostra. Invisibile perché non ha voce, perché non racconta, ma viene raccontato. Perché non è mai una persona, ma sempre un problema, un fenomeno da gestire, una quota da ridistribuire, un’emergenza da contenere quando non è addirittura usato come spauracchio per alzare nuovi muri, per invocare il solito “Prima gli italiani!” che non significa nulla, se non la paura dell’altro. E allora ci si riempie la bocca con la parola “accoglienza” la si stampa nei programmi elettorali, la si sventola alle conferenze internazionali ma l’accoglienza non è una tenda in un piazzale sotto il sole, non è un centro in Albania, con le sbarre alle finestre, né tantomeno un lavoro nei campi per tre euro all’ora. L’accoglienza non è sopravvivere ma essere riconosciuti e considerati. Il vero scandalo, però, è più sottile, più subdolo. Non sta nell’assenza di accoglienza, ma in quel patto non scritto che viene imposto in silenzio: dimentica chi sei, lascia andare la tua lingua, la tua religione, i tuoi gesti quotidiani, le tue lacrime. Impara la nostra lingua, certo, ma non per raccontarti, solo per obbedire. Sorridi sempre, anche quando non ne hai la forza. Ringrazia, anche quando non hai ricevuto nulla. Non disturbare, non spiegare, non pretendere di essere ascoltato. E così, giorno dopo giorno, ti viene chiesto di svuotarti. Di lasciare pezzi di te per strada, come briciole che nessuno raccoglierà. Non è integrazione, è una lenta sparizione. Ti modellano fino a quando non resti che una sagoma utile, innocua, educata. E solo allora, quando di te non sarà rimasto più nulla, ti chiameranno finalmente “integrato”. Ma l’integrazione vera non è cancellazione ma incontro tra culture, è rispetto reciproco. Invece, si vieta il burqa senza neppure provare a comprenderne il significato profondo per chi lo indossa. Si impone una neutralità culturale che, a ben guardare, somiglia più a una forma mascherata di egemonia. Ci si riempie la bocca di parole come “libertà”, ma nel frattempo si costruiscono rifugi che ricordano sempre più delle gabbie.
Applaudiamo chi salva chi sta affogando ma dimentichiamo troppo spesso che siamo stati proprio noi a gettarlo in mare.“Rifugio” “accoglienza” e “solidarietà” sono parole che un tempo scaldavano il cuore, oggi sembrano partorite da un ufficio stampa . Un rifugio non è un documento firmato ma è una porta che si apre senza fare troppe domande. È uno sguardo che non ti giudica. È qualcuno che ti accoglie e ti dice, semplicemente che sei al sicuro. Noi invece, abbiamo trasformato tutto questo in un atto amministrativo. Un codice fiscale, un permesso provvisorio, un numero su una lista. Abbiamo strappato l’anima a ciò che dovrebbe salvare vite e l’abbiamo sostituita con un modulo da compilare o un fascicolo da archiviare. Un rifugio non è un tetto. È una risposta. È uno spazio che resta in piedi quando tutto il resto è crollato. È il punto da cui si riparte. E allora, invece di celebrare un’altra data sul calendario, dovremmo guardarci dentro e domandarci che rifugio stiamo offrendo come società. Sappiamo accogliere senza umiliare? Sappiamo tendere la mano senza chiedere obbedienza in cambio? Sappiamo ascoltare senza voler correggere? Io non so quanti siano i rifugiati oggi nel mondo. So solo che, ogni giorno, migliaia di persone cercano un pezzo di umanità. Alcune la trovano. Altre no. Ma tutti, prima o poi, saremo chiamati a scegliere: tra chi costruisce rifugi e chi costruisce muri ed a quel punto, sarà troppo tardi per fingere di non aver visto. Esiste ancora un’altra forma di rifugio, più sottile, più nascosta. Un esilio interiore. A volte non servono le bombe per voler fuggire. Non serve la fame. Basta aprire gli occhi in un luogo che non ci appartiene, in un mondo che non ci riconosce per scoprirsi stranieri senza mai aver lasciato casa. C’è chi fugge per salvare la pelle e c’è chi fugge per salvarsi l’anima da un sistema che schiaccia chi non si adegua, chi rallenta, chi sente troppo. E allora si cerca rifugio altrove, con lo stesso bisogno urgente di chi scappa da una guerra. Perché anche chi nasce nel posto sbagliato ha diritto a un rifugio, un luogo, dove, forse, si possa ancora restare umani… Ma questa è un’altra storia da scrivere.

Grigorij Andreevic Iandolo