Il fallimento del colosso svedese delle batterie per auto elettriche Northvolt potrebbe rappresentare la fine del sogno verde europeo
E’ durato meno di dieci anni, il sogno europeo della transizione verso motori automobilistici completamente elettrici entro il 2035. Dapprima le regole europee, infatti, hanno dovuto scontrarsi con i tempi troppo ristretti, richiesti alle fabbriche automobilistiche per mettersi in regola e molte di esse specialmente in Germania, Paese considerato tra i virtuosi dell’unione, hanno ridimensionato se non addirittura chiuso le linee produttive dell’elettrico. Fin qui la situazione era sostenibile, anche se a pagarne le spese, sarebbero stati, come al solito i Cittadini europei, costretti a passare all’auto elettrica, ma pagando prezzi molto alti, a causa della mancanza di una reale alternativa continentale alla Tesla, che comunque resta da un nostro piccolo personale test ancora molto superiore. Abbiamo, infatti, provato il tragitto Firenze – Roma, sia con una Mercedes full electric, che con una Tesla ed il tempo di durata delle batterie, che corrisponde all’autonomia di viaggio ed in ultima analisi, al tempo di percorrenza, che, a nostro avviso, resta il fattore principale di un viaggio in automobile, vede la vettura americana superiore per almeno un 30%. La Mercedes, risulta migliore solo per la qualità generale del veicolo frutto di un’esperienza produttiva molto più antica di quella della Tesla, ma dovendo scegliere fra mettere 4 ore e mezzo per arrivare da Firenze a Roma, con la Mercedes, che equivale quasi al doppio di quanto ci mette anche un “macinino” a benzina, o diesel, di piccola cilindrata ed un tempo più simile a quello, appunto dei motori endotermici, con la Tesla, è ovvio, che il consumatore medio predilige quest’ultima. Non prendiamo neanche in considerazione le auto elettriche cinesi, perchè, come la maggior parte dei prodotti provenienti da quel Paese, sono di scarsa qualità ed oltretutto gravate dai dazi protezionistici imposti sulle stesse dall’Europa, che le rendono ancor meno competitive sul mercato. Comunque, come detto, al netto di questo squilibrio pro Tesla, il sogno europeo di un mondo dell’automobile completamente elettrica stava ancora in piedi, fino a circa una settimana fa. Ma cosa è accaduto? Semplicemente un fallimento industriale, uno dei tanti che si verificano in questo mondo capitalista moderno, o turbocapitalista, come lo definirebbe l’amico Diego Fusaro, definizione, che comunque, a parte la simpatia che proviamo per Fusaro, non ci convince, ritenendo di essere di fronte, non ad un’accelerazione del fenomeno capitalistico, che porterebbe secondo il noto filosofo, ad una concentrazione monopolistica estrema delle risorse economiche mondiali, ma ad un ciclone anticapitalista che ha deciso di aspirare come nel vortice di un buco nero, qualsiasi attività economica, anche le più grandi e consolidate, come appunto il settore automobilistico, che muove migliaia di miliardi, a livello globale. Insomma, è come se il capitalismo, si stesse suicidando. Ma qual’è l’industria che è fallita una settimana fa, cambiando forse le sorti, come detto, della transizione europea verso l’auto elettrica? Si tratta di NorthVolt, azienda svedese, leader in Europa, nella fabbricazione di batterie per auto elettriche fondata, solo nel 2016 da un ex dirigente di Tesla, Peter Carlsson. Le motivazioni del fallimento sono state sintetizzate in questa breve frase, dall’amministratore delegato della società:
“Nonostante gli sforzi straordinari dei nostri team ed il continuo supporto dei nostri partner, le sfide di mercato ed operative si sono rivelate insormontabili.“
Abbiamo sottolineato in grassetto, l’ultima parte della frase, che spiega, in pratica, come il consumatore medio se ne freghi del green, peraltro pagato a caro prezzo, per mettere quattro ore e mezzo da Firenze a Roma, quando con un’auto endotermica, anche datata, ma in buone condizioni di manutenzione, ce ne mette tre e può pure scegliere l’autogrill dove fermarsi perchè magari ha visto una barista carina, anzichè essere obbligato ad arrivare fino alla colonnina dell’elettrico e dove magari i baristi sono scortesi od antipatici. Ma anche quando l’amministratore delegato dell’ormai ex Northvolt, parla del contino supporto dei partner, c’è da essere preoccupati, perchè quei partner, non erano una banda di sprovveduti avventurieri finanziari qualunque, che hanno investito qualche migliaio di Euro e come va va, ma aziende del calibro di Volkswagen, BMW e persino Goldman Sachs, che hanno investito miliardi di Euro e si ritrovano con un pugno di mosche in mano, con un mercato già inesistente o quasi e comunque in continua decrescita. Insomma, forse il fallimento di Northvolt, rappresenta davvero la fine di un modello industriale, che per usare un termine automobilistico, è andato a sbattere contro un muro, per l’eccessiva velocità e per l’imperizia di chi, come l’Europa, lo voleva guidare, senza forse aver conseguito neanche la patente.
Luca Monti