sabato, 18 aprile 2026


Lungi dall’essere ovviamente la verità assoluta, i report mensili PTK Intelligence danno comunque un’idea di quello che aldilà delle dichiarazioni dei vari governi, stasi cedendo nelle aree di crisi, in particolar modo il Medioriente. Ecco cosa segnala l’ultimo report, uscito oggi.

Le ultime ore segnano il ritorno ad una pressione diretta sui cosiddetti obiettivi sensibili di entrambe le parti coinvolte nel conflitto mediorientale. L’Iran, infatti, ha lanciato una decina di missili balistici in sequenza verso il centro di Israele, tra Tel Aviv e Holon, che rappresenta uno degli attacchi più concentrati delle ultime settimane. In parallelo, sono stati registrati in Iran, nuovi attacchi ad infrastrutture militari nell’area di Isfahan. Ma il dato più rilevante è pericoloso sul lungo periodo, è che l’Iran, insiste nel voler ampliare l’estensione geografica del conflitto. I droni iraniani, hanno colpito infatti i depositi di carburante dell’aeroporto internazionale del Kuwait e un deposito petrolifero ad Erbil in Iraq. I’obiettivo iraniano appare evidente essere quello di ampliare, come detto, il conflitto colpendo snodi energetici e logistici regionali, in modo sempre più sistematico, con effetti che iniziano a manifestarsi in modo concreto anche fuori dal Medio Oriente. Negli Stati Uniti, ad esempio la California una carenza di carburante, con difficoltà di approvigionamento anche sul jet fuel proveniente dall’Asia. Si tratta di uno dei primi segnali tangibili che la crisi di Hormuz e delle rotte energetiche sta diventando globale, non più regionale.
Gli attacchi iraniani alle infrastrutture energetiche in Kuwait ed Iraq, indicano priprio una strategia chiara: quella di colpire la catena di distribuzione, oltre a quella du produzione. E mentre il mercato globale, cerca stabilità, emerge un dato politico chiave. Gli Emirati Arabi Uniti starebbero, infatti, valutando di partecipare direttamente ad una coalizione militare, per riaprire lo stretto di Hormuz, anche con operazioni di sminamento e supporto attivo. Sarebbe un salto storico che li trasformerebbe da attori economici a parte belligerante diretta. Sul piano politico – strategico sta emergendo, poi una frattura netta, tra le strategie delle due parti. Trump, infatti, continua a parlare di possibili aperture e scenari di de-escalation, ma Teheran smentisce in modo esplicito dichiarando: nessuna richiesta di cessate il fuoco. La posizione iraniana, appare chiara e strutturata, nella volontà di non fermare temporaneamente il conflitto, ma di chiuderlo definitivamente, anche a costo di una guerra prolungata. Fonti qualificate iraniane, infatti, parlano apertamente di una strategia di logoramento di almeno sei mesi, mentre gli Stati Uniti sembrano muoversi su una logica di pressione e timing, anche in funzione dei mercati. A questo si unisce la considerazione che Il fronte occidentale mostra crepe sempre più evidenti al suo interni. La Francia, infatti, ha dichiarato apertamente che la NATO non è progettata per operazioni nello Stretto di Hormuz, prendendo le distanze da un eventuale allargamento del conflitto sotto l’ombrello dell’Alleanza.
Contemporaneamente, Trump rilancia la minaccia di uscita degli Stati Uniti, dalla NATO, aumentando la pressione sugli alleati europei, riluttanti ad un coinvolgimento diretto. Il risultato è una situazione paradossale: mentre il conflitto si allarga, il blocco occidentale appare meno coeso proprio nel momento di massima tensione. Il punto chiave di oggi è che la guerra in Medioriente, ha superato una soglia critica e non è più solo uno scontro tra gli attori principali ma coinvolge a livello globale: infrastrutture energetiche, rotte marittime, alleanze politiche e mercati. In questo tipo di situazioni, il risultato raramente è una stabilizzazione, ma più spesso purtroppo un’escalation progressiva e difficilmente controllabile.

Luca Monti





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