Dalla Moldavia alla Siria, il filo nascosto della geopolitica occidentale
C’è un filo sottile che collega il crollo del governo siriano, l’annullamento delle elezioni in Romania, da parte della Corte Costituzionale – a causa dei sospetti di “ingerenze russe” – e le tensioni orchestrate in Georgia e Moldavia, un filo legato alla strategia occidentale che ha lo scopo di isolare ed accerchiare la Russia nella morsa della NATO. Questo disegno strategico punta a soffocare ogni aspirazione a un ordine multipolare, imponendo un modello di “democrazia” plasmato sugli interessi occidentali dove solo alcuni “valori” sono elevati ad universali, mentre ciò che si discosta dallo schema imposto viene etichettato come nemico, retrogrado o antidemocratico. Ma quei “valori” che tanto vengono decantati non sono altro che strumenti adattati alle circostanze, utili a giustificare azioni che altrimenti sarebbero indifendibili. Troppi eventi recenti dimostrano, infatti, che la sovranità dei popoli viene rispettata solo quando allineata agli interessi di chi detiene il vero potere. Così, la democrazia sembra avere valore solo quando i risultati soddisfano l’Occidente, mentre i diritti umani – proclamati come principi inviolabili – vengono messi da parte ogni volta in cui il silenzio è utile per coprire i paesi amici o interessi di parte. E qui si inserisce anche il fallimento degli accordi di Minsk del 2014 che, come dichiarò Angela Merkel, non erano stati pensati per promuovere la pace, ma erano solo un modo per guadagnare tempo e preparare l’Ucraina, allo scontro militare con Mosca. In questo mosaico di eventi, è evidente che la democrazia, ostentata come valore supremo, si rivela solo un travestimento utile per chi manovra i fili da oltre Atlantico. La Siria, che si era sempre distinta per la sua laicità in un Medio Oriente, divorato dagli estremismi religiosi, era il crocevia di comunità che, se pur tra mille difficoltà, avevano trovato un equilibrio in cui riuscivano a convivere diverse comunità religiose. Ma la caduta del Governo di Bashar al-Assad, a causa delle solite ingerenze esterne, ha infranto quel delicato equilibrio, segnando la fine di un modello che dimostrava che, in fondo, coesistere era possibile. L’Occidente, con la sua insaziabile sete di controllo e la sua politica dei cambi di governi non graditi, ha gettato benzina sul fuoco, sostenendo fazioni radicali senza però comprenderne davvero le conseguenze. Ancora una volta, si è preferito il caos “calcolato” alla stabilità reale, dimenticando la lezione dell’Afghanistan. Ma a differenza dell’Afghanistan, la Siria è molto più vicina e il vuoto lasciato ad organizzazioni jihadiste rischia di travolgere non solo il Medio Oriente, ma anche l’intero Occidente. Intanto Israele, forte del cieco sostegno di Washington e Bruxelles, ha trasformato lo scontro con Gaza, in una guerra al mondo arabo: infatti, dopo l’attentato al rave di Re’im la reazione israeliana si è abbattuta con una furia che trascende ogni diritto internazionale, colpendo indiscriminatamente la Striscia di Gaza, con una brutalità inaudita. Quella che viene presentata come una “risposta legittima” appare sempre più come una strategia mirata non solo a reprimere la resistenza palestinese, ma a perpetrare un’azione che assomiglia tragicamente ad un annientamento sistematico di un’intera popolazione. Mentre in Medio Oriente, si materializza tutto questo, in Europa, va in scena il solito copione. È curioso notare come in Romania, infatti, prima che le elezioni venissero annullate, il candidato in testa fosse Călin Georgescu, apertamente critico verso la NATO e figura che rappresentava una concreta minaccia alla stabilità dell’alleanza atlantica in un’area già critica dal punto di vista geopolitico. È evidente che, se basta evocare lo spettro delle “ingerenze russe” per annullare un processo elettorale, la sovranità popolare diventa l’ennesima illusione di una democrazia occidentale sempre più frustrata e zoppicante. Il fatto in sé resta un precedente inquietante dando la sensazione che le elezioni siano considerate valide, solo quando i risultati soddisfano chi muove i fili del potere. Ma non è forse questa una nuova forma di autoritarismo travestita da tutela democratica? Uno schema simile si è ripetuto in Georgia e in Moldavia, due paesi ridotti a mere pedine su una scacchiera che l’Occidente, ha deciso di dominare a ogni costo, sacrificando le aspirazioni dei popoli sull’altare di interessi strategici.
In Georgia, la narrativa occidentale ha sfruttato il clima politico e sociale di quel Paese, per alimentare ulteriormente le divisioni interne, con l’obiettivo di minare la stabilità di un governo che guarda alla Russia, come a un partner strategico. Dopo le elezioni, che hanno portato a designare come presidente l’ex calciatore Mikheil Kavelashvili, il dibattito pubblico è stato esasperato da accuse di brogli ed interferenze, accompagnate dalle consuete manifestazioni di piazza amplificate dai media e sostenute dalle ONG filo-occidentali nel classico schema di destabilizzazione già vissuto in altre parti dell’ex blocco sovietico. In Moldavia, il copione non è stato diverso. Le riforme che sono state presentate come un cammino verso la democrazia e l’integrazione nei “valori occidentali” hanno imposto dei cambiamenti che ignorano la complessità storica e culturale di quel Paese. Politiche dettate più dalla necessità di compiacere i donatori occidentali che da reali urgenze che hanno finito per acuire le tensioni tra la popolazione russofona e quella che guarda più verso l’Europa. In entrambi i casi, l’Occidente, che ama presentarsi come paladino della libertà e dei diritti, con le sue azioni produce sempre l’effetto opposto ovvero quello di polarizzare il dibattito politico e creare instabilità. A questa strategia si aggiunge la sistematica demonizzazione di chiunque osi contestare l’agenda occidentale, etichettando come “filorusso” od “autoritario” chiunque si opponga alla sua narrazione in un pericoloso gioco di potere che inizia a destabilizzare l’intero equilibrio internazionale. In questo scenario, l’idea di un mondo multipolare sostenuta da organizzazioni come i BRICS, si configura come la necessità concreta di un ordine alternativo che dia ai popoli la possibilità di autodeterminarsi, liberandoli dalla morsa delle strumentalizzazioni e dei giochi di potere dell’Occidente. Guardando con onestà ciò che accade, è chiaro che le politiche di ingerenza e destabilizzazione hanno un costo, e quel costo non ricadrà solo sui Paesi colpiti, ma anche su chi le ha promosse. La fragilità della sovranità in certi paesi non è un semplice dettaglio, ma un segnale che ogni nazione è a rischio nel momento in cui gli interessi di Washington e Bruxelles, vengono messi in discussione. Forse, il futuro non appartiene più a chi tenta disperatamente di conservare un ordine ormai obsoleto, ma a chi saprà vedere nella pluralità una forza e non una minaccia. Abbandonare quella vuota retorica della Guerra Fredda ed accogliere la complessità come fondamento di un equilibrio duraturo potrebbe essere l’unico modo per costruire un mondo in cui la dignità di ogni cittadino, al di là di religione, cultura o risorse economiche di ciascuno, sia finalmente rispettata.
Grigorij Andreevic Iandolo