Belgrado seppellisce Mladic da generale
Morto all'Aja a 84 anni il comandante serbo-bosniaco condannato all'ergastolo per genocidio. Il governo serbo annuncia onori militari e di Stato, la Commissione europea parla di glorificazione incompatibile con i valori dell'Unione
BELGRADO – Il corpo è ancora all’Aja, la famiglia non ha scelto né la data né il luogo, ma su una cosa il governo serbo ha già deciso: Ratko Mladić sarà sepolto con tutti gli onori militari e di Stato che, secondo Belgrado, gli spettano. Ad annunciarlo, poche ore dopo la notizia della morte, è stato il ministro della Giustizia Nenad Vujić all’emittente K1. Non un’ipotesi da valutare, non una questione aperta: un protocollo da eseguire.
Mladić si è spento giovedì 27 agosto, a 84 anni, nell’ospedale del carcere di Scheveningen. Era malato da mesi e scontava l’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. La giudice Graciela Gatti Santana ha disposto un’indagine sulle circostanze del decesso. Il governo di Belgrado, che negli ultimi mesi aveva più volte chiesto la scarcerazione per motivi umanitari, si dice pronto a partire per i Paesi Bassi non appena il corpo verrà consegnato. Il Meccanismo residuale dell’Onu, che ha respinto ogni istanza, ha sempre sostenuto che la struttura garantisse le cure necessarie.
Sulla carta, dunque, resta tutto in mano ai familiari: saranno loro a stabilire quando e dove. Nella sostanza, la decisione politica è già presa, ed è quella che conta. Perché non si tratta di un funerale privato al quale lo Stato assiste, ma di uno Stato che decide di mettere la propria uniforme addosso alla bara di un uomo condannato in via definitiva per genocidio.
La reazione europea è arrivata in giornata. Un portavoce della Commissione ha ricordato che Mladić stava scontando l’ergastolo per Srebrenica e che celebrare un criminale di guerra è incompatibile con i valori fondamentali dell’Unione, negli Stati membri come nei Paesi candidati. La Serbia, che a quel tavolo siede da anni senza avanzare, è avvisata. Da Zagabria la protesta è stata immediata, con il ministro della Difesa Ivan Anušić tra le voci più dure. In Bosnia, le associazioni delle vittime hanno respinto ogni ipotesi di riabilitazione postuma.
Nella Republika Srpska, invece, la morte è diventata liturgia. Il presidente Siniša Karan ha legato la memoria del generale a quella dei combattenti serbi della guerra di Bosnia. Milorad Dodik si è spinto più in là, parlando apertamente di omicidio e attribuendone la responsabilità alle condizioni di detenzione. Politika e Novosti, le due grandi testate filogovernative di Belgrado, hanno adottato lo stesso registro: il comandante morto lontano dalla patria. Sul ponte Branko è comparso uno striscione con la sua fotografia in uniforme. Da Mosca, il capo del Consiglio di sicurezza nazionale Sergej Šojgu ha condannato la sentenza e le condizioni del carcere.
Non tutta la Serbia, però, si è messa sull’attenti. L’opposizione e il movimento studentesco che da mesi occupa le piazze hanno criticato apertamente gli onori di Stato. Il Partito Democratico ha ricordato, con una formula asciutta, che la morte di un uomo non cambia i fatti accertati dai tribunali internazionali. È una crepa che vale la pena osservare: il racconto eroico non è unanime nemmeno in patria.
Quei fatti, del resto, sono scritti in sentenze definitive. Nel luglio del 1995 le forze guidate da Mladić entrarono a Srebrenica, enclave della Bosnia orientale alla quale le Nazioni Unite avevano assegnato lo status di zona protetta. Nei giorni successivi furono uccisi oltre ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi. I corpi finirono in fosse comuni, molti vennero poi riesumati e dispersi altrove per cancellare le tracce: un lavoro di occultamento che ha reso l’identificazione dei resti un’impresa durata decenni e non ancora conclusa. Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha qualificato quei fatti come genocidio, inserendoli in un disegno più ampio di espulsione della popolazione non serba dai territori bosniaci, condiviso con il leader politico serbo-bosniaco Radovan Karadžić.
Poi vennero sedici anni di latitanza, che latitanza non fu del tutto. Mladić visse a lungo a Belgrado senza particolari precauzioni, protetto da complicità dentro e fuori le istituzioni, finché la caduta di Milošević e la pressione europea non gli tolsero il terreno sotto i piedi. Fu arrestato in Vojvodina nel maggio 2011, in casa di un parente, ed estradato all’Aja. La condanna all’ergastolo arrivò nel novembre 2017, confermata in appello nel giugno 2021. Non riconobbe mai la legittimità dei giudici che lo processavano.
Con lui si chiude la stagione dei grandi imputati dell’Aja. Slobodan Milošević era morto in custodia l’11 marzo 2006, e il suo processo si estinse senza sentenza. Karadžić sconta l’ergastolo in una prigione britannica. Restano gli archivi, le fosse, le perizie, i nomi ricomposti osso per osso.
E resta la domanda vera, che non è più giudiziaria. Trent’anni dopo Srebrenica, la partita non si gioca sull’accertamento dei fatti – quello c’è, è stato fatto, ed è definitivo – ma su quale versione della guerra verrà consegnata a chi non l’ha vissuta. Un funerale di Stato non riscrive una sentenza. Può però insegnare a una generazione a leggerla al contrario, e in quel caso avrà ottenuto molto più di un corteo con le bandiere.