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È morto Ratko Mladic: addio al “Macellaio di Bosnia” condannato all’ergastolo per genocidio

di redazione
venerdì 28 Agosto 2026 · 10:14 · 2 min di lettura
Mladić Trial - UN International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia

Ratko Mladić è morto all’età di 84 anni in un centro di detenzione all’Aia. L’ex generale serbo-bosniaco, da tempo malato e colpito negli ultimi anni da un ictus e un infarto, era stato condannato all’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Con la sua scomparsa si chiude la parabola di una delle figure più sanguinarie e controverse legate alla dissoluzione dell’ex Jugoslavia.

Soprannominato il “Macellaio di Bosnia”, Mladić è stato l’esecutore e l’ideatore di alcune delle pagine più buie della storia europea recente. Tra le sue responsabilità principali figura il massacro di Srebrenica del luglio 1995, in cui circa 8.000 uomini e ragazzi musulmani bosgnacchi furono sistematicamente separati dalle famiglie, giustiziati e sepolti in fosse comuni poi occultate: la più grave strage compiuta in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

La carriera militare e la guerra in Bosnia

Dopo i primi incarichi nell’Armata Popolare Jugoslava e la guida delle forze serbe in Croazia, Mladić fu nominato nel 1992 capo di Stato Maggiore dell’Esercito della Republika Srpska, l’entità territoriale creata dai serbi bosniaci in opposizione all’indipendenza della Bosnia-Erzegovina.

Al comando delle sue truppe fino al 1996, Mladić presentò costantemente le operazioni militari come una difesa ideologica e storica del popolo serbo contro i musulmani, da lui definiti con l’appellativo dispregiativo di “turchi”. Oltre alla carneficina di Srebrenica, Mladić fu la mente dietro il drammatico assedio di Sarajevo: un assedio durato quasi quattro anni che provocò la morte di 11.541 civili, tra cui oltre 1.600 bambini.

La latitanza, l’arresto e la condanna

Al termine del conflitto, per sfuggire all’incriminazione internazionale, Mladić iniziò una latitanza durata quasi 16 anni. Fu catturato soltanto il 26 maggio 2011 a Lazarevo, un piccolo comune nel nord della Serbia, dove si nascondeva a casa di un parente.

Estradato all’Aia, mantenne un atteggiamento di sfida di fronte ai giudici, dichiarandosi un difensore della nazione serba. Nonostante le difese legali avessero tentato di ridimensionare il suo ruolo parlando di pregiudizio anti-serbo da parte dell’Occidente, il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia lo ha condannato all’ergastolo nel 2017, pena confermata in via definitiva in appello nel 2021.